IL CUORE PIENO DI GRATITUDINE E GRAZIE…

“In ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.” (1Ts. 5,18). San Paolo esorta la comunità dei tessalonicesi ad essere piena di gratitudine al Signore per tutto quello che fa. Sento anche nel mio cuore questo sentimento e per questo voglio dire grazie a Dio e a tutti voi delle comunità parrocchiali di Santa Teresa di Gesù Bambino, Santi Angeli Custodi e Bassanello. Vorrei ringraziare tutti per la vostra accoglienza, l’amore e l’aiuto che mi avete manifestato in diversi modi mentre ero impegnato a imparare e a crescere nella fede durante i sette anni del mio soggiorno tra di voi. Soprattutto vorrei ringraziare la diocesi di Padova, il vescovo Claudio, la curia diocesana, l’ufficio missionario diocesano e quello della pastorale per i migranti. Grazie di cuore a don Luigi per l’amore “paterno” e la condivisione del sorriso e del dolore della vita; non solo qui ma anche nei posti più belli: le colline e le montagne del Veneto. Grazie di cuore a don Giuseppe per l’amore e la cura “materna” e tutto quello che ha fatto accompagnandomi nei momenti di felicità e anche nel dolore. Mi ha aiutato a imparare la lingua, a leggere la parola di Dio, a vivere la liturgia e mi ha anche insegnato a cucinare, oltre ad aiutarmi in tutti i modi possibili. Grazie mille a Don Vittorio per il suo amore “fraterno”, per l’affetto e la pazienza nel farmi conoscere le cose. Grazie alle suore delle tre parrocchie per l’amore, la cura nei miei confronti e l’incoraggiamento. Esprimo il mio ringraziamento e gratitudine alle molte persone dell’Unità Pastorale; a tutti quelli che mi hanno aiutato ad imparare la lingua, mi hanno incoraggiato a leggere, a parlare e a pregare; ai diversi gruppi delle parrocchie: Caritas Parrocchiale, Azione Cattolica e molti altri che mi hanno aiutato e ispirato. Vorrei fare un elenco ma ho paura di tralasciare qualcuno, e allora, con il cuore pieno di gratitudine, ringrazio tutte le persone: adulti, giovani, bambini, famiglie e comunità che mi hanno aiutato direttamente o indirettamente in modi diversi. Aggiungo, infine, un grazie per le preghiere per me e per la mia diocesi e famiglia. Vi chiedo di continuare a pregare per me e per il mio ministero pastorale. Io assicuro la mia preghiera a tutti voi. Che Dio vi benedica tutti. Grazie di cuore per tutto. Don Anil Ekka

IL PERDONO D’ASSISI

Si tratta di un’indulgenza plenaria che può essere ottenuta in tutte le chiese parrocchiali e francescane dal mezzogiorno del 1º agosto alla mezzanotte del 2. Il Poverello di Assisi ottenne l’indulgenza da papa Onorio III il 2 agosto 1216 dopo aver avuto un’apparizione presso la chiesetta COS’È L’INDULGENZA? – Nel Catechismo della Chiesa cattolica (nn. 1478-9) si legge: «L’indulgenza si ottiene mediante la Chiesa (…). Poiché i fedeli defunti in via di purificazione sono anch’essi membri della medesima comunione dei santi, noi possiamo aiutarli, tra l’altro, ottenendo per loro delle indulgenze, in modo tale che siano sgravati dalle pene temporali dovute per i loro peccati. (CCC 1498)» A QUALI CONDIZIONI SI PUÒ OTTENERE L’INDULGENZA? – Ricevere l’assoluzione per i propri peccati nella Confessione sacramentale; partecipare alla Messa e alla Comunione eucaristica; visitare la chiesa dove si deve rinnovare la professione di fede, mediante la recita del Credo e del Padre Nostro; recitare una preghiera secondo le intenzioni del Papa (normalmente si recita un Pater, un’Ave e un Gloria)

Per il Signore ogni uomo viene prima delle sue idee

È la svolta decisiva del Vangelo di Luca. Il volto trasfigurato sul Tabor, il volto bello diventa il volto forte di Gesù, in cammino verso Gerusalemme. «E indurì il suo volto» è scritto letteralmente, lo rese forte, deciso, risoluto. Con il volto bello del Tabor termina la catechesi dell’ascolto: “ascoltate Lui” aveva detto la voce dalla nube, con il volto in cammino inizia la catechesi della sequela: “tu, seguimi”. E per dieci capitoli Luca racconterà il grande viaggio di Gesù verso la Croce. Il primo tratto del volto in cammino lo delinea dietro la storia di un villaggio di Samaria che rifiuta di accoglierlo. Allora Giacomo e Giovanni, i migliori, i più vicini, scelti a vedere il volto bello del Tabor: «Vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li bruci tutti?» C’è qui in gioco qualcosa di molto importante. Gesù spalanca le menti dei suoi amici: mostra che non ha nulla da spartire con chi invoca fuoco e fiamme sugli altri, fossero pure eretici o nemici, che Dio non si vendica mai. È l’icona della libertà, difende perfino quella di chi non la pensa come lui. Difende quel villaggio per difenderci tutti. Per lui l’uomo viene prima della sua fede, l’uomo conta più delle sue idee. È l’uomo, e guai se ci fosse un aggettivo: samaritano o giudeo, giusto o ingiusto; il suo obiettivo è l’uomo, ogni uomo (Turoldo). «Andiamo in un altro villaggio!». Ha il mondo davanti, Lui pellegrino senza frontiere, un mondo di incontri; alla svolta di ogni sentiero di Samaria c’è sempre una una creatura da ascoltare, una casa cui augurare pace; ancora un cieco da guarire, un altro peccatore da perdonare, un cuore da fasciare, un povero cui annunciare che è il principe del Regno di Dio. Il volto in cammino fa trasparire la sua fiducia totale, indomabile nella creatura umana; se non qui, appena oltre, un cuore è pronto per il sogno di Dio. Nella seconda parte del vangelo entrano in scena tre personaggi che ci rappresentano tutti. Le volpi hanno tane, gli uccelli nidi, ma io non ho dove posare il capo. Eppure non era esattamente così. Gesù aveva cento case di amici e amiche felici di accoglierlo a condividere pane e sogni. Con la metafora delle volpi e degli uccelli traccia il ritratto della sua esistenza minacciata dall’istituzione, esposta. Chi vuole vivere tranquillo e in pace nel suo nido non potrà essere suo discepolo. Chi ha messo mano all’aratro… Un aratore è ciascun discepolo, chiamato a dissodare una minima porzione di terra, a non guardare sempre a se stesso ma ai grandi campi del mondo. Traccia un solco e nient’altro, forse perfino poco profondo, forse poco diritto, ma sa che poi passerà il Signore a seminare di vita i campi della vita.

SULLA PARROCCHIA: ABBIAMO UN SOGNO

Il consiglio pastorale e il parroco, don Antonio Torresin, della parrocchia di san Vito al Giambellino (Milano), hanno steso un progetto pastorale dal titolo Una soglia sempre aperta. Un anno di lavoro (2018-2019) per raccontare la memoria e il presente della comunità cristiana. Ne riportiamo uno stralcio: Abitare le faglie della vita (nascita, morte, amore, lavoro…). La cura per le relazioni non inizia e non finisce nella parrocchia, ma trova il suo luogo naturale anzitutto “fuori”, nella vita quotidiana, nelle pratiche di buon vicinato, nelle relazioni che instauriamo per via di amicizia, nei luoghi di lavoro. È qui che dobbiamo “uscire”, è questa la vita che occorre frequentare abitualmente come luogo della nostra cura pastorale. Soprattutto nelle “faglie” della vita: la nascita, la morte, il sorgere di un amore, la prova di una malattia. Sono passaggi che chiedono di essere accompagnati da relazioni di amicizia che noi offriamo in nome della fede, con la discrezione e il tatto che l’umanità richiede, con la fedeltà e la pazienza che rendono affidabili e il calore del Vangelo. Lasciarci ospitare (visita). La soglia che dobbiamo attraversare non è solo quella che ci porta dalla parrocchia alle vie della nostra città, ma è anche quella delle case degli uomini dai quali vorremmo lasciarci ospitare. Bussiamo alle loro porte da poveri, senza «bastone né bisaccia», ma solo per offrire una relazione nel nome di Gesù, un’amicizia che si fa compagna di vita. Alcune pratiche pastorali in questo senso andranno particolarmente valorizzate: la visita alle famiglie per la benedizione (…), la visita agli ammalati per portare l’eucaristia, la visita alle famiglie povere. Sono momenti preziosi perché lì ci facciamo ospitare e, da mendicanti, offriamo il poco che abbiamo, l’essenziale che serve, la speranza del Vangelo.

ELEZIONI EUROPEE. APPELLO: RICOSTRUIRE LA COMUNITÀ

Il 14 febbraio 2019, i vescovi europei della COMECE hanno adottato la dichiarazione Ricostruire comunità in Europa in vista delle prossime elezioni per il Parlamento europeo, (…) Dieci anni fa, l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha aperto una serie di nuove possibilità. Di fronte a molte incertezze, l’atmosfera attuale sembra essere meno ottimista. Le Elezioni Europee del 2019 giungono nel momento giusto per compiere le scelte politiche che favoriranno una rinnovata fratellanza tra le persone, rilanciando il progetto europeo. In questo contesto, i Vescovi della COMECE chiamano tutti i credenti e tutte le persone di buona volontà a votare (…) L’Unione Europea non è perfetta ed ha probabilmente bisogno di una nuova narrativa di speranza, coinvolgendo i suoi cittadini in progetti percepiti come più inclusivi e più al servizio del bene comune (…) Il dibattito elettorale (…) costituisce anche l’occasione giusta per i credenti per interpellare i candidati sull’impegno personale durante il loro mandato, per proteggere la dignità umana di tutti, promuovere opzioni che riflettano un nuovo Umanesimo Cristiano, e sostenere politiche che siano plasmate dai diritti fondamentali e risultino essere al loro servizio (…) Il dialogo con le Chiese e le comunità religiose dovrebbe essere ulteriormente rafforzato sulla base dell’Articolo 17 del TFUE, con creatività, impegno e rispetto da parte delle istituzioni dell’UE. L’UE si trova ad affrontare sfide importanti. La digitalizzazione non è solo una crisi, ma anche un mutamento (…) Per la COMECE è fondamentale preservare la centralità della persona umana ed un approccio basato su solidi quadri etici. Dovrebbero essere sviluppate norme e pratiche favorevoli alla famiglia a livello UE, finalizzate ad accompagnare lo sviluppo umano integrale di persone, famiglie e comunità (…) Le politiche per ridurre la povertà dovrebbero essere basate sull’idea che ciò che funziona per i meno fortunati, funziona per tutti. Si attende un rinnovato sforzo per individuare soluzioni efficaci e condivise in materia di migrazione, asilo e integrazione (…) Votare a queste Elezioni significa anche assumersi la responsabilità per il ruolo unico dell’Europa a livello globale. Il bene comune è più grande dell’Europa. Ad esempio, la cura per l’ambiente e lo sviluppo sostenibile non possono essere limitati ai confini dell’UE ed i risultati elettorali avranno un impatto su decisioni che riguardano l’intera umanità (…) Con l’ispirazione di Papa Francesco, chiediamo a tutti i cittadini, giovani e meno giovani, di votare (…): questo è il modo migliore per loro per fare dell’Europa ciò che essi ritengono buono e giusto. (…)

COMECE (Commissione Conferenze episcopali Comunità europea)

“Come se vedessero l’invisibile”

Gesù buono, tu vedi in noi il germinare misterioso del buon seme che hai gettato nella nostra vita e il grano che cresce insieme alla zizzania: donaci di essere terra fertile e spighe feconde per portare il frutto da Te sperato. Tu vedi in noi il lievito silente da impastare nella massa del mondo e l’acqua semplice che diventa vino nuovo: donaci di essere fermento vivo ed efficace per gonfiare di Te l’umanità del nostro tempo e di poter gustare quel sapore buono ed allegro della comunione e del reciproco dono di sé. Tu vedi in noi il tesoro nascosto per il quale hai rinunciato a tutti i tuoi averi e la perla di grande valore che hai comprato a prezzo del tuo sangue: donaci di desiderare e cercare la santità come ricchezza inestimabile per la nostra vita. Signore Gesù, guarisci il nostro sguardo perché nella realtà, che già ci chiama ad essere tuoi discepoli, possiamo vedere l’Invisibile: illumina i nostri occhi affinché tutti riconosciamo e scegliamo la bellezza della nostra vocazione. Amen.

“Come se vedessero l’invisibile”

“Per chi sono io?” è la domanda che più volte papa Francesco ha consegnato ai giovani in questi anni, provocandoli ad ascoltare la propria interiorità e la realtà che li circonda. Ogni persona è, anzitutto, per qualcuno, (…) Ogni persona, più profondamente, “è per Dio ed è inquieta finché non riposa in lui” (Agostino, Le Confessioni, I,1,1). Aiutare i giovani e i ragazzi a comprendere “per chi” possono vivere è offrire loro il servizio più importante, l’aiuto fondamentale alla loro crescita. Questo servizio è quanto l’annuale Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni viene a sollecitare in ogni comunità cristiana, provocandola a interrogarsi sul contributo che offre al cammino dei propri ragazzi e giovani e sullo stile con cui li accompagna. (…) “Come se vedessero l’invisibile” (Evangelii gaudium 150), slogan di questa 56a Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, è un invito ad essere credenti capaci di ad andare oltre le apparenze, attenti a riconoscere che la storia, i fatti, gli incontri, le persone, quella «marea un po’ caotica» (EG 87) che è la vita possono essere i luoghi nei quali riconoscere il compiersi del Regno di Dio, in mezzo a ciò che non lo è (Mt 13,25-29). I ragazzi e i giovani non hanno bisogno anzitutto di risposte per orientare la propria vita, ma di credenti che hanno lanciato il cuore oltre l’apparenza, che lo hanno agganciato all’Invisibile che sta dentro e oltre la realtà, Gesù Risorto. È questo vivere profondo che può incoraggiarli a cercare il Signore e ad ascoltare la propria chiamata al matrimonio, alla consacrazione religiosa, al ministero ordinato o al servizio a tempo pieno per gli altri. Se abbiamo a cuore i ragazzi e i giovani, mettiamoci in cammino per essere credenti capaci di fidarsi dell’Invisibile (Eb 11,27). Rinnoviamo la nostra fede e la nostra testimonianza e impegniamoci insieme ai giovani in quei servizi che sono risposta alla parola di Dio che ci interpella attraverso la realtà. Invochiamo dal Signore, senza stancarci, il dono di “operai per la sua messe” (Lc 10,2).

don Silvano Trincanato,

direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale delle vocazioni

IL TRIDUO PASQUALE

Il Triduo Pasquale vuole celebrare la passione, la morte e la risurrezione del Signore. Ma non come una specie di sacra rappresentazione degli eventi del passato, ma come celebrazione attorno al Signore risorto, vivo e presente. La commemorazione degli eventi passati, narrati dai Vangeli, ha lo scopo di intensificare la relazione di gratitudine d’amore con lui. Poiché è la relazione con il Signore Gesù che fa di noi dei cristiani: attraverso essa penetra in noi lo Spirito Santo che ci rende partecipi della vita divina e capaci di amare come Gesù stesso ha amato.

Con il tramonto del Giovedì Santo termina la quaresima, e la santa Messa serale è memoriale della Cena del Signore (il digiuno del Venerdì Santo non ha più il significato penitenziale, ma esprime la fame della comunione con il Risorto). Il rito della lavanda dei piedi ricorda che il Maestro e Signore ha rivelato la sua bellezza divina nella bontà senza limiti, che lo ha reso nostro servo.

Il Venerdì Santo commemora gli eventi della passione e della morte di Gesù nella medesima ora che li ha visti accadere. Viene proclamato il solenne racconto giovanneo della Passione. Viene data la possibilità di esprimere a Gesù tutto l’amore accorato mediante il bacio del Crocifisso. E nell’unione con il suo Sposo l’assemblea dilata il cuore a una Preghiera Universale, che non esclude nessuno, poiché per tutti egli ha dato sé stesso. Non c’è la celebrazione della Messa, ma viene donato il Corpo del Signore il Pane consacrato la sera prima, affinché ci si ricordi che l’amore testimoniato dal racconto evangelico ora è rivolto da Gesù in persona a noi.

Il Sabato Santo, che ricorda Gesù nel sepolcro, è giorno di silenzio e di preghiera intima e non prevede assemblee. Come recita un’antica bellissima omelia: “Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace”.

Il Sacro Triduo culmina con la più solenne di tutte le celebrazioni dell’anno liturgico, la Veglia Pasquale alla presenza del Risorto e nello splendore della grazia del battesimo nel suo nome, che ci ha resi figli e figlie di Dio, suo Corpo palpitante tra gli uomini. Che questa nuova Pasqua che il Signore ci dona sia per le nostre comunità cristiane e per ciascuno un nuovo inizio alla sequela del Signore e del suo Vangelo: dentro i giorni e gli ambienti che abitiamo possiamo realmente incontrare il Risorto e annunciarlo con la testimonianza e la carità! Buona Pasqua!

I vostri sacerdoti

FAMIGLIA: CARD. BASSETTI (CEI) “REALTÀ FONDAMENTALE CHE DEVE VEDERCI UNITI”. NON SIA TERRENO DI “SCONTRO”.

“Avremmo preferito uno stile diverso da parte di tutti, con meno polemiche. La famiglia non è una squadra di calcio, è una realtà fondamentale che, anche partendo da sensibilità diverse, deve vederci uniti”. Così il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, in un’intervista a “Il Giornale” sulla famiglia in vista del Congresso in programma a Verona dal 29 al 31 marzo.

“La natura e la rilevanza della famiglia impegna la classe politica a collocarla tra le priorità della propria agenda”, osserva il cardinale che si dice preoccupato “quando si perde il senso delle istituzioni e invece di provare a trovare soluzioni comuni, a rammendare un Paese che sembra sempre più sfilacciato, ci si accapiglia e ci si divide accecati da ideologie. Questo è il tempo della sintesi, del trovare soluzioni comuni”. Per il card. Bassetti, il problema “è che trasformiamo la famiglia in un’occasione di scontro e non di incontro. Da una parte chi la usa per legittimare le discriminazioni e le divisioni, dall’altra chi la considera ormai superata e retrograda…

Ma in mezzo ci sono le famiglie vere, quelle che chiedono risposte, quelle che non arrivano alla fine del mese, le giovani coppie che vorrebbero mettere al mondo un figlio, quanti ancora sono costretti ad andare all’estero per trovare lavoro. Ecco, noi dovremmo dare risposte concrete a loro, andando oltre le rigide enunciazioni di principio o le provocazioni sterili”.

22/03/2019; Copyright Difesa del popolo (Tutti i diritti riservati)

IL SOLDATO, L’ATLETA, IL CONTADINO: LE VIRTÙ DELLA QUARESIMA

Settimana News; 9 marzo 2019;

Nico Guerini Nella Seconda Lettera a Timoteo (si trova) un grappolo di tre figure che mi pare costituiscano un ottimo programma per vivere bene la Quaresima. Il passo dice: Nessun militare si lascia intralciare da faccende comuni, se vuol piacere a colui che lo ha arruolato. / Anche l’atleta non riceve il premio se non ha lottato secondo le regole. / Il contadino, che lavora duramente, deve essere il primo a raccogliere i frutti della terra (2Tm 2,4-6).

La disciplina del soldato. Mi pare (…) naturale collegare la figura del soldato con la disciplina, (…). E disciplina significa insieme un “imparare” (discere) e lo “sforzo” necessario per arrivarci. (…) credo sia facile per ognuno interrogarsi su come viva quella dimensione della fede che è l’impegno, spesso oscuro e poco gratificante, che rende però il cuore agile e disponibile anche a cose grandi. Primo impegno: esaminarsi su come gestiamo tempo, interessi, relazioni, persino certo modo di lavorare che genera solo irrequietezza e agitazione. C’è dunque un re-centramento su cose essenziali da mettere in atto e, di riflesso, un’opera di sfrondamento e di semplificazione rispetto a ciò che disperde; c’è un “digiuno” da fare, e non solo riguardo al cibo.

L’entusiasmo dell’atleta. (…) Ogni disciplina è faticosa, e la si accetta e sopporta solo se, e fino a quando, ci sorregge il fervore generato da un obiettivo che ci sta a cuore. (…). È facile incantarsi davanti a un “esito” trionfale, ma è pure altrettanto facile dimenticare il prezzo del trionfo (…). Nella vita spirituale accade lo stesso. Contro il senso di fatica occorre tenere caldo il fascino dell’ideale, rigenerarlo quando si intiepidisce, attizzarlo alla luce degli esempi di chi, più generoso di noi, ci cammina davanti invitandoci tacitamente a seguirlo. Perché non programmare per questa stagione liturgica un tempo in cui, leggendo un buon libro o una rivista missionaria, coltiviamo l’entusiasmo? Perché non partecipare a quegli incontri con dei “testimoni” che vengono spesso organizzati nelle parrocchie e in altri centri?

La pazienza del contadino. (…) Mentre nell’esercizio di mortificazioni ed elemosine, così come nel suscitare in noi entusiasmo, è facile sentirsi protagonisti in toto, il contadino sa che deve fare i conti con forze che non dipendono da lui: se vuole vedere il frutto, lo deve attendere (cf. Gc 5,7) con pazienza. (…) E, dunque, sarebbe una bella contraddizione decidere rinunce e sacrifici volontari, che subdolamente potrebbero anche servire ad accontentare l’ego, e non riuscire poi a sopportare cose, e persone, che ci si mettono di traverso, che ci obbligano a stare in situazioni che non ci piacciono, a fare cose che non vorremmo. (…) È questo il tracciato più importante del cammino quaresimale, ed è qualcosa che probabilmente scintilla di meno (ci sono forse medaglie per gare di pazienza?), ma che ha il vantaggio sicuro di “portare frutto”.