FAMIGLIA: CARD. BASSETTI (CEI) “REALTÀ FONDAMENTALE CHE DEVE VEDERCI UNITI”. NON SIA TERRENO DI “SCONTRO”.

“Avremmo preferito uno stile diverso da parte di tutti, con meno polemiche. La famiglia non è una squadra di calcio, è una realtà fondamentale che, anche partendo da sensibilità diverse, deve vederci uniti”. Così il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, in un’intervista a “Il Giornale” sulla famiglia in vista del Congresso in programma a Verona dal 29 al 31 marzo.

“La natura e la rilevanza della famiglia impegna la classe politica a collocarla tra le priorità della propria agenda”, osserva il cardinale che si dice preoccupato “quando si perde il senso delle istituzioni e invece di provare a trovare soluzioni comuni, a rammendare un Paese che sembra sempre più sfilacciato, ci si accapiglia e ci si divide accecati da ideologie. Questo è il tempo della sintesi, del trovare soluzioni comuni”. Per il card. Bassetti, il problema “è che trasformiamo la famiglia in un’occasione di scontro e non di incontro. Da una parte chi la usa per legittimare le discriminazioni e le divisioni, dall’altra chi la considera ormai superata e retrograda…

Ma in mezzo ci sono le famiglie vere, quelle che chiedono risposte, quelle che non arrivano alla fine del mese, le giovani coppie che vorrebbero mettere al mondo un figlio, quanti ancora sono costretti ad andare all’estero per trovare lavoro. Ecco, noi dovremmo dare risposte concrete a loro, andando oltre le rigide enunciazioni di principio o le provocazioni sterili”.

22/03/2019; Copyright Difesa del popolo (Tutti i diritti riservati)

IL SOLDATO, L’ATLETA, IL CONTADINO: LE VIRTÙ DELLA QUARESIMA

Settimana News; 9 marzo 2019;

Nico Guerini Nella Seconda Lettera a Timoteo (si trova) un grappolo di tre figure che mi pare costituiscano un ottimo programma per vivere bene la Quaresima. Il passo dice: Nessun militare si lascia intralciare da faccende comuni, se vuol piacere a colui che lo ha arruolato. / Anche l’atleta non riceve il premio se non ha lottato secondo le regole. / Il contadino, che lavora duramente, deve essere il primo a raccogliere i frutti della terra (2Tm 2,4-6).

La disciplina del soldato. Mi pare (…) naturale collegare la figura del soldato con la disciplina, (…). E disciplina significa insieme un “imparare” (discere) e lo “sforzo” necessario per arrivarci. (…) credo sia facile per ognuno interrogarsi su come viva quella dimensione della fede che è l’impegno, spesso oscuro e poco gratificante, che rende però il cuore agile e disponibile anche a cose grandi. Primo impegno: esaminarsi su come gestiamo tempo, interessi, relazioni, persino certo modo di lavorare che genera solo irrequietezza e agitazione. C’è dunque un re-centramento su cose essenziali da mettere in atto e, di riflesso, un’opera di sfrondamento e di semplificazione rispetto a ciò che disperde; c’è un “digiuno” da fare, e non solo riguardo al cibo.

L’entusiasmo dell’atleta. (…) Ogni disciplina è faticosa, e la si accetta e sopporta solo se, e fino a quando, ci sorregge il fervore generato da un obiettivo che ci sta a cuore. (…). È facile incantarsi davanti a un “esito” trionfale, ma è pure altrettanto facile dimenticare il prezzo del trionfo (…). Nella vita spirituale accade lo stesso. Contro il senso di fatica occorre tenere caldo il fascino dell’ideale, rigenerarlo quando si intiepidisce, attizzarlo alla luce degli esempi di chi, più generoso di noi, ci cammina davanti invitandoci tacitamente a seguirlo. Perché non programmare per questa stagione liturgica un tempo in cui, leggendo un buon libro o una rivista missionaria, coltiviamo l’entusiasmo? Perché non partecipare a quegli incontri con dei “testimoni” che vengono spesso organizzati nelle parrocchie e in altri centri?

La pazienza del contadino. (…) Mentre nell’esercizio di mortificazioni ed elemosine, così come nel suscitare in noi entusiasmo, è facile sentirsi protagonisti in toto, il contadino sa che deve fare i conti con forze che non dipendono da lui: se vuole vedere il frutto, lo deve attendere (cf. Gc 5,7) con pazienza. (…) E, dunque, sarebbe una bella contraddizione decidere rinunce e sacrifici volontari, che subdolamente potrebbero anche servire ad accontentare l’ego, e non riuscire poi a sopportare cose, e persone, che ci si mettono di traverso, che ci obbligano a stare in situazioni che non ci piacciono, a fare cose che non vorremmo. (…) È questo il tracciato più importante del cammino quaresimale, ed è qualcosa che probabilmente scintilla di meno (ci sono forse medaglie per gare di pazienza?), ma che ha il vantaggio sicuro di “portare frutto”.

Dal messaggio di papa Francesco per la quaresima 2019

LA “QUARESIMA” …

… del Figlio di Dio è stata un entrare nel deserto del creato per farlo tornare ad essere quel giardino della comunione con Dio che era prima del peccato delle origini (cfr Mc 1,12- 13; Is 51,3). La nostra Quaresima sia un ripercorrere lo stesso cammino, per portare la speranza di Cristo anche alla creazione, che «sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8, 21). (…) DIGIUNARE, cioè imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature: dalla tentazione di “divorare” tutto per saziare la nostra ingordigia, alla capacità di soffrire per amore, che può colmare il vuoto del nostro cuore. PREGARE per saper rinunciare all’idolatria e all’autosufficienza del nostro io, e dichiararci bisognosi del Signore e della sua misericordia. FARE ELEMOSINA per uscire dalla stoltezza di vivere e accumulare tutto per noi stessi, nell’illusione di assicurarci un futuro che non ci appartiene. E così ritrovare la gioia del progetto che Dio ha messo nella creazione e nel nostro cuore, quello di amare Lui, i nostri fratelli e il mondo intero, e trovare in questo amore la vera felicità.

CLICKTOPRAY

Un invito rivolto ai giovani, a chi naviga in rete, a chi vuole pregare insieme. È quello rivolto da Francesco all’Angelus, presentando la piattaforma ufficiale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa: “Click To Pray”. Il sito www.clicktopray.org è in sei lingue (spagnolo, inglese, italiano, francese, portoghese, spagnolo, francese e tedesco) e da oggi include il profilo personale del Pontefice nel quale saranno inserite le sue intenzioni e le richieste di preghiera per la Chiesa. (…) Aperta ai credenti e a tutte le persone di diverse religioni, Click to pray è «l’evoluzione di quell’invito evangelico “Venite e vedete”», ha sottolineato il gesuita Alessandro Piazzesi, direttore nazionale della “Rete mondiale di preghiera del Papa”. «A duemila anni di distanza dalla fondazione della Chiesa, questa App può essere definita, grazie alle notifiche, la forma moderna del suono delle campane che richiama ognuno di noi alla preghiera. È destinata a tutti, specialmente ai più giovani». Capita che Click to pray sia usata dai ragazzi per mostrare ai loro nonni come si utilizzano le App nello smartphone. Anche questo diverso impiego dell’App può aiutare, perché rappresenta il valore della testimonianza. (…) La piattaforma Click to pray è disponibile sia per Android e sia per iOS in modo che le persone, ovunque si trovino, possano unire le loro preghiere con quelle del Papa in modo facile e veloce ogni giorno.

(Avvenire; L’applicazione. La app “Click To Pray”: e ora si può pregare in rete con papa Francesco; Emanuela Genovese; Lunedì 21 gennaio 2019)

GIORNATA PER LA VITA 2019: “È VITA, È FUTURO”

Gli anziani, che arricchiscono questo nostro paese, sono la memoria del popolo.

Si rende sempre più necessario un patto per la natalità, che coinvolga tutte le forze culturali e politiche.

Accogliere, servire, promuovere la vita umana e custodire la sua dimora che è la terra significa scegliere di rinnovarsi e rinnovare, di lavorare per il bene comune guardando in avanti.

Ci è chiesta la cura di chi soffre per la malattia, per la violenza subita o per l’emarginazione, con il rispetto dovuto a ogni essere umano quando si presenta fragile.

Non vanno poi dimenticati i rischi causati dall’indifferenza, dagli attentati all’integrità e alla salute della “casa comune”, che è il nostro pianeta.

SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI

(fonte: ufficio stampa della diocesi di Padova)

È iniziata venerdì 18 gennaio la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio 2018) che quest’anno ha come filo conduttore il versetto del libro del Deuteronomio 16,18-20: “Cercate di essere veramente giusti”, scelto dai cristiani di Indonesia.

La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, in Diocesi di Padova, vede alcuni appuntamenti promossi dalla Pastorale per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso in collaborazione con il Consiglio delle Chiese cristiane di Padova. Sabato 19 gennaio, alle ore 20.45, nel teatro del Santuario di San Leopoldo a Padova si terrà il concerto Cantare insieme la fede con la partecipazione della Comunità ebraica di Padova, delle chiese cristiane e del coro Shalom di Montegrotto Terme. Ingresso libero

A seguire domenica 20 gennaio, alle ore 16, al Tempio della Pace, in via Tommaseo 47 a Padova si terrà la preghiera ecumenica con la partecipazione di: Ioannis Antoniadis (chiesa ortodossa greca); Liviana Maggiore (chiesa metodista); Georg Reider (pastore luterano); padre Liviu Verzea (parroco ortodosso romeno); don Giuliano Zatti (vicario generale Diocesi di Padova). Preghiere ecumeniche sono in programma anche in alcuni vicariati del territorio diocesano. Durante la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, ogni sera alle ore 18.30 nei giorni feriali e alle ore 18 il sabato e la domenica, ci sarà la celebrazione Eucaristica nel santuario di San Leopoldo a Padova.

Nelle parrocchie dell’UP faremo una preghiera speciale durante le S. Messe di orario.

I GIOVANI CHIEDONO ADULTI CREDIBILI

(Don Michele Falabretti; 29 Ottobre 2018)

Credo che il Sinodo abbia messo in evidenza il “paradosso pedagogico” a cui oggi assistiamo. Gli adulti di oggi, giovani fino a ieri, sono cresciuti con uno schema ben preciso: i grandi sanno, quindi dicono ai piccoli cosa devono fare; chi cresce è sguarnito, chi è maturo è attrezzato. Per la prima volta, nella storia, l’azione educativa deve prendere atto che non è più così: chi è giovane ha già a disposizione molte delle informazioni che l’adulto vorrebbe consegnare. (…) si tratta di prendere atto che non abbiamo più a che fare con generazioni di piccoli ingenui (tale io non ho paura a definirmi, se ripenso alla mia giovinezza). Dunque, proprio perché diciamo che la fede è questione di senso della vita, a maggior ragione la Chiesa deve seriamente porsi il problema di come si presenta a questo tempo e alle persone che lo vivono. Proprio per questo nel Sinodo sono emerse questioni urgenti che riguardano gli adulti: la loro credibilità in tema di fede e di vita, la gestione delle strutture ecclesiali e la capacità di mostrare che il potere nella Chiesa deve essere anzitutto un servizio, il ruolo della donna all’interno di essa, l’accoglienza delle fragilità e marginalità nella cura dei più poveri. E soprattutto la disponibilità (prima ancora che la capacità) a farsi compagni di viaggio che sanno ascoltare le domande dei giovani prima di correre a offrire risposte. Sembrerà strano, ma è su questo terreno che si gioca la partita di una Chiesa che vuole tornare a incontrare i figli di questo tempo. (…) Un pensiero, davvero, consola al termine di questo Sinodo: non è davvero mai troppo tardi per poter riannodare i fili della vita con la presenza di Gesù nella storia. Le depressioni pastorali non sono ammesse: ricordano troppo un aratro lasciato a terra.

DOV’ È FINITA LA STELLA?

Conclusa la visita a Gesù Bambino i Magi lasciarono Betlemme. “La nostra missione è compiuta” disse Melchiorre; “andiamo a casa” esclamò Gasparre; “la stella continuerà a guidarci” affermò Baldassare. Nella volta celeste la stella sembrò annuire e si avviò verso Oriente. I Magi la seguirono. E siccome era visibile pure di giorno, in poco tempo raggiunsero l’oasi del primo incontro. Calata la sera, però, non videro più la stella in cielo. “La stella è scomparsa” si lamentò Melchiorre; “possiamo cavarcela da soli chiedendo ai pastori e carovanieri di passaggio”, disse Gaspare che aveva spirito pratico. Baldassare scrutava il cielo che lasciava vedere milioni di stelle grandi e piccole, ma la cometa dalla luce dorata non c’era più: “dove sarà andata?”, domandò triste. All’indomani ripresero la strada. Si ritrovarono ben presto ad un bivio. Videro un gregge, e chiesero consiglio al pastore che indicò loro la pista da seguire, dopo aver loro offerto latte e formaggio. In quel preciso momento, sulla fronte del pastore comparve una piccola luce dorata. I Magi ripartirono pensosi. Dopo un po’, ecco un villaggio. Sulla porta di una casetta una donna cullava con amore un bambino. Gaspare scorse sulla sua fronte, appena sotto il velo, una luce dorata e sorrise. Cominciava a capire. Più avanti, ai bordi della strada, si imbatterono in un carovaniere che si affannava intorno ad uno dei suoi dromedari che si era scrollato di dosso un carico di spezie. Un tale, fermatosi, lo aiutava a raccogliere la merce preziosa. Baldassare notò chiaramente una piccola luce dorata brillare sulla fronte del generoso soccorritore. “Adesso so dov’è finita la nostra stella”, esclamò Baldassare. “É esplosa in tanti frammenti che si sono andati a posare ovunque c’è un cuore generoso”. Melchiorre aggiunse: “Conta solo l’Amore”. E Gaspare notò che anche sulla fronte dei due compagni d’avventura era comparsa una piccola, ma inconfondibile luce dorata. … Dio entra nel mondo dal punto più basso, da una stalla. Inizia il suo viaggio dalla periferia, dai pastori, dagli ultimi della fila perché nessuno si senta escluso. Proprio lì, nel sottoscala del mondo ha voluto abitare, mettersi in fila con tutti gli esclusi, lì ha posto la propria tenda, lì lo si ritrova. Da lì si dovrà ripartire perché il mondo sia altro…

Buon Natale dai vostri preti

E’ Natale da fine ottobre

È Natale da fine ottobre.

Le lucette si accendono sempre prima,

mentre le persone sono sempre più

intermittenti.

Io vorrei un dicembre a luci

spente e con le persone accese.

 

Charles Bukowski

“QUESTO POVERO GRIDA E IL SIGNORE LO ASCOLTA”.

Sono tratte da Sal 34,7 le parole che compongono il motto scelto da Papa Francesco per la II Giornata Mondiale dei Poveri, che verrà celebrata (questa) domenica, 18 novembre. Queste parole diventano nostre nel momento in cui siamo chiamati a incontrare le diverse condizioni di sofferenza ed emarginazione in cui vivono tanti fratelli e sorelle che siamo abituati a designare con il termine generico di poveri”. Sono tre i verbi che, sottolinea Papa Francesco nel suo messaggio, caratterizzano “l’atteggiamento del povero e il suo rapporto con Dio. Anzitutto, gridare. La condizione di povertà non si esaurisce in una parola, ma diventa un grido che attraversa i cieli e raggiunge Dio”. Il grido del povero è la manifestazione della sua condizione di “sofferenza e solitudine”, che chiama ognuno a un “esame di coscienza”. Il secondo verbo è rispondere. “Il Signore, dice il Salmista, non solo ascolta il grido del povero, ma risponde. La sua risposta, come viene attestato in tutta la storia della salvezza, è una partecipazione piena d’amore alla condizione del povero”. Dio risponde al grido del povero, compiendo un “intervento di salvezza, per curare le ferite dell’anima e del corpo, per restituire giustizia e per aiutare a riprendere la vita con dignità”. Tuttavia, “la risposta di Dio è anche un appello affinché chiunque crede in Lui possa fare altrettanto nei limiti dell’umano”. Il terzo verbo è liberare. “L’azione con la quale il Signore libera è un atto di salvezza per quanti hanno manifestato a Lui la propria tristezza e angoscia. La prigionia della povertà viene spezzata dalla potenza dell’intervento di Dio”. Confrontarsi con chi vive in povertà non è affatto un gioco, ma al contrario, “è lo Spirito a suscitare gesti che siano segno della risposta e della vicinanza di Dio. Quando troviamo il modo per avvicinarci ai poveri, sappiamo che il primato spetta a Lui, che ha aperto i nostri occhi e il nostro cuore alla conversione”. L’invito del Pontefice, per la prossima Giornata dei Poveri, è a fuggire da ogni “protagonismo“, poiché l’indigente ha bisogno di quell’”amore che sa nascondersi e dimenticare il bene fatto“.