Dopo la tempesta spunta sempre il sole!

Riproponiamo il video pubblicato nella pagina Facebook dell'”Unità Pastorale alla Guizza”!

Uno stimolo per la ripartenza!!!

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA 57ª GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI

Il 4 agosto dello scorso anno, nel 160° anniversario della morte del santo Curato d’Ars, ho voluto offrire una Lettera ai sacerdoti, (…) ho scelto quattro parole chiave: DOLORE, GRATITUDINE, CORAGGIO E LODE. (…)

Ritengo che oggi, in questa 57ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, quelle parole si possano riprendere e rivolgere a tutto il popolo di Dio, sullo sfondo di un brano evangelico che ci racconta la singolare esperienza capitata a Gesù e Pietro durante una notte di tempesta sul lago di Tiberiade (cfr. Mt 14,22-33).

(…) Il Vangelo ci dice (…) che nell’avventura di questo non facile viaggio non siamo soli. Il Signore, quasi forzando l’aurora nel cuore della notte, cammina sulle acque agitate e raggiunge i discepoli, (…) La prima parola della vocazione, allora, è GRATITUDINE. (…)

Ogni vocazione nasce da quello sguardo amorevole con cui il Signore ci è venuto incontro, magari proprio mentre la nostra barca era in preda alla tempesta. «Più che una nostra scelta, è la risposta alla chiamata gratuita del Signore» (Lettera ai sacerdoti, 04 agosto 2019); perciò, riusciremo a scoprirla e abbracciarla quando il nostro cuore si aprirà alla gratitudine e saprà cogliere il passaggio di Dio nella nostra vita.

La seconda parola è CORAGGIO. (…) Il Signore (…) conosce le domande, i dubbi e le difficoltà che agitano la barca del nostro cuore, e perciò ci rassicura: “Non avere paura, io sono con te!”. La fede nella sua presenza che ci viene incontro e ci accompagna, anche quando il mare è in tempesta, ci libera da quell’accidia che ho già avuto modo di definire «tristezza dolciastra» (Lettera ai sacerdoti, 4 agosto 2019), cioè quello scoraggiamento interiore che ci blocca e non ci permette di gustare la bellezza della vocazione. (…) quando Gesù sale sulla barca, il vento cessa e le onde si placano. È una bella immagine di ciò che il Signore opera nella nostra vita e nei tumulti della storia (…) Nella specifica vocazione che siamo chiamati a vivere, questi venti possono sfiancarci. Penso a coloro che assumono importanti compiti nella società civile, agli sposi che non a caso mi piace definire “i coraggiosi”, e specialmente a coloro che abbracciano la vita consacrata e il sacerdozio. (…)

Nella Lettera ai sacerdoti ho parlato anche del DOLORE, ma qui vorrei tradurre diversamente questa parola e riferirmi alla fatica. (…) Se ci lasciamo travolgere dal pensiero delle responsabilità che ci attendono – nella vita matrimoniale o nel ministero sacerdotale – o delle avversità che si presenteranno, allora distoglieremo presto lo sguardo da Gesù e, come Pietro, rischieremo di affondare. Al contrario, pur nelle nostre fragilità e povertà, la fede ci permette di camminare incontro al Signore Risorto e di vincere anche le tempeste.

(…) Coraggio, non abbiate paura! Gesù è accanto a noi e, se lo riconosciamo come unico Signore della nostra vita, Egli ci tende la mano e ci afferra per salvarci. E allora, pur in mezzo alle onde, la nostra vita si apre alla LODE. È questa l’ultima parola della vocazione, e vuole essere anche l’invito a coltivare l’atteggiamento interiore di Maria Santissima: grata per lo sguardo di Dio che si è posato su di lei, consegnando nella fede le paure e i turbamenti, abbracciando con coraggio la chiamata, Ella ha fatto della sua vita un eterno canto di lode al Signore. (…) La Vergine Maria ci accompagni e interceda per noi.

Roma, San Giovanni in Laterano, 8 marzo 2020, II Domenica di Quaresima

FEDE e FANTASIA

Gli auguri del vescovo Claudio

C’è chi sta “aspettando che passi” per tornare a essere quel che eravamo prima. Altri vanno dicendo: “D’ora in poi cambierà tutto”. Io penso che non dipenda dal Coronavirus ma da noi, quel che succederà. Se di fronte a questa tragedia non avremo la forza di cambiare noi stessi, il nostro cuore e il nostro modo di pensare, tutto sarà stato inutile. Se torneremo a pensarci come “gli occidentali” contrapposti al resto del mondo, come individui ognuno per conto suo, se non sapremo dare spazio a quei valori che pure abbiamo visto tanto forti nell’emergenza, la solidarietà, l’altruismo, la generosità, a cosa sarà servito tanto dolore? Ecco lo spazio straordinario che vedo emergere per il Vangelo, per l’annuncio della fede, se noi cristiani sapremo davvero “stare dentro” questo tempo con l’intelligenza, la fantasia, l’energia che il Signore ci dona. Ma non per ritornare al passato… oggi è tempo di sognare, e di iniziare a costruire una Chiesa nuova. E una società nuova. Certo, in queste settimane sento quanto manchi la vita comunitaria. Manca a me per primo, che in questi anni ho tanto insistito sull’idea di comunità, sul valore della fraternità da sperimentare innanzitutto con quanti vivono accanto a noi. Però questo isolamento forzato ci aiuta a mettere in luce un aspetto che viene ancora prima della comunità: la nostra personale adesione al Vangelo. Cosa vuol dire essere credenti, quando non c’è la messa la domenica, non ci sono centri parrocchiali, associazioni, spazi d’incontro, scuole, catechismo a cui partecipare? Quale spazio ha davvero nella nostra vita quel Dio “che vede nel segreto”? È da qui che mi piacerebbe avessimo la forza di ripartire.

“DOVE VUOI CHE PREPARIAMO LA PASQUA?”

Lettera dei preti e della presidenza unitaria dei consigli pastorali

Cari amici e fratelli, siamo ormai prossimi alla Pasqua e la settimana che ci sta davanti ci ripropone, in questo tempo di emergenza sanitaria, il centro e il culmine della nostra fede. Vogliamo condividere con voi e con tutte le persone che abitano il nostro quartiere, alcuni passaggi dentro i quali siamo stati costretti a muoverci per lasciarci coinvolgere, ora, da Colui che ha attraversato la morte e, vivo, continua ad accompagnare le nostre esistenze, nella certezza che la sua Presenza sarà capace di aprire strade nuove e generare storie inedite, personali e comunitarie. Siamo piombati dentro una pandemia improvvisa e silenziosa che ci ha costretti a limitare e a ridurre ogni contatto e incontro: tutto si è ridotto e lo spazio delle nostre case è diventato il nostro piccolo mondo. Le chiese, i segni e i gesti dei sacramenti sono “spariti” e siamo rimasti soli, con la nostra sete e fame di infinito, di comunione e di relazioni… e tante domande, come un vortice inarrestabile, si sono addensate nei nostri cuori e nelle nostre menti. Anche se il mercoledì delle ceneri il nostro capo non ha ricevuto le sacre ceneri, siamo entrati dentro una quaresima dal sapore amaro della quarantena. E da lì sono iniziati e trascorsi giorni difficili e pesanti, segnati dalla conta, quasi ossessiva, dei numeri dei contagiati e dei morti. Dipendenti e diretti dalle misure dei decreti ministeriali e regionali, le nostre esistenze sono trascorse, per settimane, nell’attesa spasmodica che la curva della pandemia raggiungesse il picco per poi discendere, nella speranza così di poter riprendere la vita normale. Eppure, tanti di noi, dentro questa fatica, non si sono sentiti soli. Con occhi nuovi e con stupore, abbiamo riscoperto la verità e la concretezza di tanti valori proclamati ma non sempre adeguatamente sostenuti, come la centralità della famiglia, il valore del “tempo interiore”, la ricerca e la preziosità della preghiera, personale e condivisa con i figli, l’inestimabile dono dell’amicizia, il piacere della lettura e della cultura, e una “prossimità” possibile, anche se a “distanza”. Anche senza saperlo, abbiamo fatta nostra e provata sulla nostra pelle la bellissima e verissima espressione di S. Agostino: “La felicità più piena sta nella possibilità di amare quello che si ha!”: la vita, la famiglia, i figli… È vero, ci è mancata la comunità cristiana, la Messa, ma la fame del pane eucaristico e della Parola di Dio siamo riusciti ad allentarla un po’ anche grazie all’adorazione e alla condivisione, sulle piattaforme digitali, che ha visto giovani e adulti incontrarsi: la Parola ci ha interrogati, sorretti, portati, dandoci un po’ di consolazione e di speranza perché la paura e la solitudine non avessero il sopravvento. Momenti semplici ma veri: i volti e la voce degli amici sono stati come balsamo profumato che curava le nostre ferite esistenziali. Ci siamo sentiti in comunione con tutta l’umanità tanto che la preghiera del Padre Nostro e la Benedizione “Urbi et Orbi” di papa Francesco, abbattendo invisibili ma concreti muri e recinti, ci ha fatto sentire tutti fratelli, dentro “la stessa barca”, abbracciati da un unico destino. E abbiamo avvertito, guardando il Crocifisso, lo spessore e la … bellezza delle parole che il papa ha pronunciato: “Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e a sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che ci libera dalla paura e dà speranza”. Noi preti abbiamo celebrato la messa tutti i giorni davanti allo stesso Crocifisso: l’assenza fisica dei fedeli non ci ha impedito di sentirvi presenti e nello sguardo di Lui abbiamo incrociato i vostri sguardi. Abbiamo ritrovato, ammirati, un “popolo” di giovani, uomini e donne che a partire dai medici, infermieri, personale ausiliario, forze dell’ordine e tanti, tanti volontari, hanno dato e stanno dando il meglio di sé nel curare e sostenere chi è stato colpito dal veleno del virus e nel rispondere, in mille modi, anche ai nostri bisogni primari. Quante lacrime e quanto dolore abbiamo provato di fronte a vite, che, piene di anni e di saggezza, ci hanno lasciato, nella solitudine e nel silenzio: improvvisamente siamo diventati amici e parenti di quanti piangevano i loro cari scomparsi. Porteremo sempre con noi le immagini della lunga fila di camion militari carichi di bare e le residenze degli anziani trasformate in camere mortuarie. In questo mese siamo cresciuti anche noi nel dolore e la statura della nostra anima e del nostro spirito ora hanno una consistenza maggiore. Questi passaggi e molti altri, segreti e per questo ancora più veri, ci hanno fatto attraversare la quaresima: ora ci stanno davanti i “giorni santi” e ascolteremo e accoglieremo l’annuncio, sempre nuovo e reale, della Resurrezione del Signore. Facciamo nostra allora la stessa domanda che i discepoli, rivolsero a Gesù: “Dove vuoi che prepariamo la Pasqua?”: viviamo la “grande Settimana Santa” con gratitudine e riconoscenza, con tutto il peso e le fatiche di questo tempo interminabile.

Dove vuoi che prepariamo la Pasqua? – Prima di tutto dentro al nostro cuore: lo abbiamo riscoperto e ritrovato, interrogato e ascoltato mille volte. Come fece il giovane re Salomone che, in risposta all’invito rivoltogli da Dio di chiedergli qualunque cosa, dice: “Donami, Signore, un cuore capace di ascolto” (1Re 3,9) anche noi chiediamo un cuore capace di ascolto… anche se ora ci troviamo fragili e provati, lo Spirito del Signore Risorto ci darà “un cuore nuovo”, capace di speranza, di amore, di comunione e così ci scopriremo diversi e un po’ migliori. Tutta l’esistenza di Gesù ha palpitato e si è pienamente realizzata, fino a dare la vita per amore, perché mossa da un cuore generoso, accogliente, attento al Padre, nella preghiera e attento ai fratelli nella carità e nella solidarietà!

Dove vuoi che prepariamo la Pasqua? – Prepariamola nella nostra famiglia e nella nostra casa: creiamo “l’angolo bello” per la preghiera e l’incontro. I cristiani ortodossi chiamano “angolo bello” lo spazio dove in casa collocano una o più icone, una lampada votiva e dei fiori. Nella nostra casa, in un luogo anche piccolo, ma curato, possiamo mettere alcuni segni: il libro dei Vangeli, il Crocifisso, una candela, dei fiori, un ramoscello d’ulivo, una cassettina per la carità da donare alle nostre missioni. Questo “angolo bello” può diventare il luogo della preghiera e lo spazio dove porre alcuni gesti di comunione con quanto la Chiesa ci propone nei giorni santi.

Dove vuoi che prepariamo la Pasqua? – La prepariamo coltivando e facendo crescere i desideri belli, buoni e veri, nostri e di tutti. Anche se ci preoccupano seriamente le conseguenze di questo “periodo tragico” sia dal punto di vista economico-finanziario sia per il crollo degli equilibri politici e per la distruzione della ricchezza, noi vogliamo anzi, desideriamo, che lo Spirito del Risorto ci conduca su strade nuove e inedite che con coraggio portano alla realizzazione del suo Regno: Padre, venga il tuo Regno. La Pasqua ci doni di essere più umani così da sentirci dentro un unico destino con tutta l’umanità, più fratelli e solidali con tutti. I ritmi della vita, del lavoro, del tempo e le nostre libertà non saranno, molto probabilmente, più come prima: come comunità cristiane, come uomini e donne “risorti” usciremo anche noi dai nostri “sepolcri” per pensare e vivere la vita come S. Madre Teresa di Calcutta ci ha insegnato, declinandola dentro molte possibilità: “La vita è un’opportunità, coglila. (…) A tutte le vostre famiglie, ai ragazzi, ai giovani, agli anziani e in particolare agli ammalati e a chi vive con più sofferenza questo tempo di emergenza sanitaria, i nostri più veri e fraterni auguri di una santa Pasqua, nell’attesa di poterci di nuovo incontrare e abbracciare.

SETTIMANA SANTA E TRIDUO PASQUALE

Nella sezione “Bollettini” trovate un paio di documenti utili per vivere meglio questo periodo di Pasqua

Decreto per le celebrazioni straordinarie della Settimana Santa e il Triduo Pasquale

“Dove vuoi che prepariamo la Pasqua?” Testo per la preghiera personale e in famiglia

AGGIORNAMENTO DISPOSIZIONI (GIOVEDÌ 12 MARZO, ORE 10.30)

A seguito di quanto stabilito con Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri dell’8 marzo 2020 (di seguito “Decreto”), fino alle ore 24.00 di venerdì 3 aprile 2020, per la Diocesi di Padova dispongo quanto segue: (…) Le chiese possono rimanere aperte e potrà essere portata avanti la proposta dell’adorazione, ma senza alcuna celebrazione, senza riti comuni e senza alcuna forma di convocazione pubblica, dato che il criterio sanitario dell’assembramento continua ad essere più che mai vincolante (anche penalmente). (…) a) nell’impossibilità di adempiere al precetto festivo, ai sensi del can. 1248 § 2, i fedeli dedichino un tempo conveniente all’ascolto della Parola di Dio, alla preghiera e alla carità; possono essere d’aiuto anche le celebrazioni trasmesse tramite radio, televisione e “in streaming”, nonché i sussidi offerti dalle Diocesi; b) nell’impossibilità di ogni celebrazione esequiale, è consentita la sola benedizione della salma, in occasione della sepoltura o prima della cremazione, rispettando le condizioni di cui al n. 1; (…) 6. I centri parrocchiali, gli oratori e i patronati (…) rimangano chiusi.

+ Claudio Cipolla

IL CELIBATO È GRAZIA DA ACCOGLIERE QUOTIDIANAMENTE

Il vescovo Claudio, in occasione della festa della Presentazione al tempio di Gesù, si è rivolo a religiose e religiosi della diocesi nella chiesa dell’Opera della Provvidenza di Sarmeola. Il vescovo scrive: quest’anno desidero richiamare la vostra attenzione su un aspetto della nostra vita che in questo momento mi sta particolarmente a cuore, e che non nasce soltanto dagli episodi che abbiamo vissuto in questo tempo: è il dono del celibato e della verginità. Uno strano pudore confina questo tema in un ambito strettamente personale. Diventa invece argomento dibattuto e doloroso quando finisce sui giornali a motivo di qualche scandalo. Allora, come preti, diaconi celibi, uomini e donne consacrate ne usciamo screditati e le nostre comunità vivono giorni amari. Il dibattito poi che ne segue non è mai lucido: per alcuni la verginità e il celibato diventano una forma di vita sorpassata, da cancellare; altri la sostengono, ma in modo poco convincente. Allo stesso tempo destano stupore e gratitudine quei consacrati, (…) che nella serenità e nel silenzio continuano nelle loro giornate a donare quell’affetto forte e sincero, limpido e casto, che tocca i cuori delle tante persone che a loro si rivolgono per uno sfogo, un consiglio, una condivisione, per la richiesta di una preghiera. La vita che abbiamo scelto non è prima di tutto una mancanza – certo la rinuncia è presente e in alcuni tempi può essere più sentita e faticosa -, ma la nostra vita è prima di tutto la dedizione piena e consapevole a un amore totalizzante: la persona di Gesù. Come il mercante che cerca perle preziose e vende tutto quando trova una perla di grande valore, così abbiamo trovato anche noi la perla preziosa dell’Amore. Abbiamo scelto Lui come sposo, amico, signore, compagno, fratello, tesoro o meglio Lui ci ha chiamato a vivere un’intimità tutta speciale con sé. (…) È necessario sempre ripartire da qui, dal nostro rapporto con Gesù. Il celibato e la verginità consacrata non reggono nella storia di chi riduce l’apostolato all’attivismo, di chi non ha una vita di preghiera, di chi non fa dell’Eucaristia la sorgente e il sostegno della sua fedeltà; anche la decisione di stare con i poveri e di sentirsi parte della Chiesa sono necessarie per dare significato al nostro celibato e alla nostra verginità.

APRITE LE PORTE ALLA VITA

42a GIORNATA PER LA VITA

(…) Se diventiamo consapevoli e riconoscenti della porta che ci è stata aperta, e di cui la nostra carne, con le sue relazioni e incontri, è testimonianza, potremo aprire la porta agli altri viventi. Nasce da qui l’impegno di custodire e proteggere la vita umana dall’inizio fino al suo naturale termine e di combattere ogni forma di violazione della dignità, anche quando è in gioco la tecnologia o l’economia.

(…) OSPITARE L’IMPREVEDIBILE – Sarà lasciandoci coinvolgere e partecipando con gratitudine a questa esperienza che potremo andare oltre quella chiusura che si manifesta nella nostra società ad ogni livello.

Incrementando la fiducia, la solidarietà e l’ospitalità reciproca potremo spalancare le porte ad ogni novità e resistere alla tentazione di arrendersi alle varie forme di eutanasia. L’ospitalità della vita è una legge fondamentale: siamo stati ospitati per imparare ad ospitare.

Ogni situazione che incontriamo ci confronta con una differenza che va riconosciuta e valorizzata, non eliminata, anche se può scompaginare i nostri equilibri. È questa l’unica via attraverso cui, dal seme che muore, possono nascere e maturare i frutti (cf Gv 12,24).

È l’unica via perché la uguale dignità di ogni persona possa essere rispettata e promossa, anche là dove si manifesta più vulnerabile e fragile. Qui infatti emerge con chiarezza che non è possibile vivere se non riconoscendoci affidati gli uni agli altri. Il frutto del Vangelo è la fraternità.

Dal messaggio della Conferenza episcopale italiana per la 42^Giornata per la Vita.

LA “DOMENICA DELLA PAROLA DI DIO”

(Dalla lettera apostolica “Aperuit Illis”)

«Aprì loro la mente per comprendere le Scritture» ( Lc 24,45). È uno degli ultimi gesti compiuti dal Signore risorto, prima della sua Ascensione. (…) A quegli uomini impauriti e delusi rivela il senso del mistero pasquale: che cioè, secondo il progetto eterno del Padre, Gesù doveva patire e risuscitare dai morti per offrire la conversione e il perdono dei peccati (cfr Lc 24,26.46-47); e promette lo Spirito Santo che darà loro la forza di essere testimoni di questo Mistero di salvezza (cfr Lc 24,49). La relazione tra il Risorto, la comunità dei credenti e la Sacra Scrittura è estremamente vitale per la nostra identità. Senza il Signore che ci introduce è impossibile comprendere in profondità la Sacra Scrittura, ma è altrettanto vero il contrario: senza la Sacra Scrittura restano indecifrabili gli eventi della missione di Gesù e della sua Chiesa nel mondo. (…) A conclusione del Giubileo straordinario della misericordia avevo chiesto che si pensasse a «una domenica dedicata interamente alla Parola di Dio, (…) Con questa Lettera, pertanto, intendo rispondere a tante richieste che mi sono giunte da parte del popolo di Dio, (…) Stabilisco, pertanto, che la III Domenica del Tempo Ordinario sia dedicata alla celebrazione, riflessione e divulgazione della Parola di Dio. Questa Domenica della Parola di Dio verrà così a collocarsi in un momento opportuno di quel periodo dell’anno, quando siamo invitati a rafforzare i legami con gli ebrei e a pregare per l’unità dei cristiani. Non si tratta di una mera coincidenza temporale: celebrare la Domenica della Parola di Dio esprime una valenza ecumenica, perché la Sacra Scrittura indica a quanti si pongono in ascolto il cammino da perseguire per giungere a un’unità autentica e solida.

ADMIRABILE SIGNUM

LETTERA APOSTOLICA DEL SANTO PADRE FRANCESCO SUL SIGNIFICATO E IL VALORE DEL PRESEPE

1. Il mirabile segno del presepe, così caro al popolo cristiano, suscita sempre stupore e meraviglia. Rappresentare l’evento della nascita di Gesù equivale ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia. Il presepe, infatti, è come un Vangelo vivo, che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura. Mentre contempliamo la scena del Natale, siamo invitati a metterci spiritualmente in cammino, attratti dall’umiltà di Colui che si è fatto uomo per incontrare ogni uomo. E scopriamo che Egli ci ama a tal punto da unirsi a noi, perché anche noi possiamo unirci a Lui. Con questa Lettera vorrei sostenere la bella tradizione delle nostre famiglie, che nei giorni precedenti il Natale preparano il presepe. Come pure la consuetudine di allestirlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze… È davvero un esercizio di fantasia creativa, che impiega i materiali più disparati per dare vita a piccoli capolavori di bellezza. Si impara da bambini: quando papà e mamma, insieme ai nonni, trasmettono questa gioiosa abitudine, che racchiude in sé una ricca spiritualità popolare. Mi auguro che questa pratica non venga mai meno; anzi, spero che, là dove fosse caduta in disuso, possa essere riscoperta e rivitalizzata.

4. Mi piace ora passare in rassegna i vari segni del presepe per cogliere il senso che portano in sé. In primo luogo, rappresentiamo il contesto del cielo stellato nel buio e nel silenzio della notte. Non è solo per fedeltà ai racconti evangelici che lo facciamo così, ma anche per il significato che possiede. Pensiamo a quante volte la notte circonda la nostra vita. Ebbene, anche in quei momenti, Dio non ci lascia soli, ma si fa presente per rispondere alle domande decisive che riguardano il senso della nostra esistenza: chi sono io? Da dove vengo? Perché sono nato in questo tempo? Perché amo? Perché soffro? Perché morirò? Per dare una risposta a questi interrogativi Dio si è fatto uomo. (…)

6. Nei nostri presepi siamo soliti mettere tante statuine simboliche. Anzitutto, quelle di mendicanti e di gente che non conosce altra abbondanza se non quella del cuore. Anche loro stanno vicine a Gesù Bambino a pieno titolo, senza che nessuno possa sfrattarle o allontanarle da una culla talmente improvvisata che i poveri attorno ad essa non stonano affatto. (…)

8. Il cuore del presepe comincia a palpitare quando, a Natale, vi deponiamo la statuina di Gesù Bambino. Dio si presenta così, in un bambino, per farsi accogliere tra le nostre braccia. Nella debolezza e nella fragilità nasconde la sua potenza che tutto crea e trasforma. Sembra impossibile, eppure è così: in Gesù Dio è stato bambino e in questa condizione ha voluto rivelare la grandezza del suo amore, che si manifesta in un sorriso e nel tendere le sue mani verso chiunque. (…) Alla scuola di San Francesco, apriamo il cuore a questa grazia semplice, lasciamo che dallo stupore nasca una preghiera umile: il nostro “grazie” a Dio che ha voluto condividere con noi tutto per non lasciarci mai soli.

Dato a Greccio, nel Santuario del Presepe, 1° dicembre 2019, settimo del pontificato