LINGUAGGI D’EMERGENZA, MA CARICHI DI UMANITÀ E DI CURA

(Lettera diocesana 2020/04; don Gianandrea Di Donna)

Se oggi è necessario lavare le mani, velare la bocca, occupare i posti con intelligenza e prudenza, coprire i santi doni eucaristici… potremmo farlo – allora – con proprietà, quasi ritualmente, con gesti carichi di forza antropologica, come se dovessero essere “assimilati” entro il linguaggio della liturgia: non mi igienizzo come fossi un operatore sanitario ma lavo le mani con atteggiamento composto, veritiero, vigoroso; con l’acqua, il sapone, l’asciugatoio, il ministro che mi assiste… Non proteggo patena e calice con la pellicola da frigorifero, ma adombro i santi doni lì contenuti con le coperture metalliche e gli oggetti della tradizione come la palla, il purificatoio… non metto i guanti per non toccare, ma velo le mani con sobrietà perché i guanti di cotone, bianchi come il nitore di tutto ciò che sta sull’altare, tocchino il Corpo del Salvatore, e dopo l’uso si possano lavare con cura senza il gesto mediocre e brutale di gettar via come pattume… Anche i linguaggi di un’emergenza possono essere umanizzati e portati al cospetto di Dio! Forse – tornati alla vita ordinaria – i gesti frettolosi del toccare, del coprire, del lavare, del velare potranno tornare a esser veri e pieni di quella santità che il celebrare i segni di Cristo pretende: anche il suo Corpo fu toccato, lavato con cura, unto di santi profumi; anche il suo volto fu velato; e il suo Corpo infine fu deposto, avvolto in un bianco sudario, amorevolmente nel sepolcro. Di più… Non ne vale la pena.