RIMANERE UNITI IN CRISTO

C’è, in queste parole di Gesù, una precisa insistenza, un appello urgente rivolto ai suoi: “Rimanete in me”. Il verbo greco ménein è tipico del linguaggio giovanneo (su 118 occorrenze nel Nuovo Testamento, ben 40 sono nel quarto vangelo). Ha una valenza doppia, come ha ben evidenziato Bultmann: esso indica infatti la permanenza in un luogo, ma anche una stabile durata temporale. Qui si potrebbe tradurre con: “aderire fedelmente”. Il rapporto che il Signore chiede, e quasi esige dai suoi, è un rapporto di fedeltà stabile.
Gesù chiede a ciascuno di noi di non fuggire via, arroccati sulle nostre posizioni, presi dalle nostre idee, dalla tentazione di ripiegarci e chiuderci in noi stessi. Ci chiede non un’agitazione sterile, un attivismo sfrenato, ma innanzitutto un rapporto saldo e vivificante con la sua Parola.
“Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi…”. Rimanere discepoli del Risorto vuol dire meditare ogni giorno la Parola di Dio, origine di amore, di misericordia, di unità. Questo rapporto personale intenso con le Sacre Scritture è garanzia perché ogni nostra preghiera venga esaudita: “Chiedete quello che volete e vi sarà fatto”. E oggi la nostra preghiera sale intensa perché il Signore preservi l’umanità dalla forza del male, dalla divisione e ci doni l’unità tra noi. La preghiera stessa diventa a sua volta fonte di unità. Ignazio di Antiochia ricorda ai cristiani di Efeso nei suoi scritti: “Quando infatti vi riunite crollano le forze di Satana e i suoi flagelli si dissolvono nella concordia che vi insegna la fede”.
Rimanere in Gesù, infine, come ci svela Egli stesso, vuol dire rimanere nel suo amore.
Quell’amore ci fa uscire, ci spinge verso gli altri, specialmente verso i più deboli, i periferici, i poveri ed i sofferenti, come Gesù stesso ci ha insegnato uscendo e percorrendo le strade del suo tempo.
(Presentazione del sussidio per la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2021, pagina 3)


(Presentazione del sussidio per la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2021, pagina 3)

SAN GIUSEPPE, PADRE AMATO

La grandezza di San Giuseppe consiste nel fatto che egli fu lo sposo di Maria e il padre di Gesù. In quanto tale, «si pose al servizio dell’intero disegno salvifico», come afferma San Giovanni Crisostomo (…) al compiersi di 150 anni dalla sua dichiarazione quale Patrono della Chiesa Cattolica fatta dal Beato Pio IX, l’8 dicembre 1870, vorrei – come dice Gesù – che “la bocca esprimesse ciò che nel cuore sovrabbonda” (cfr. Mt 12,34), per condividere con voi alcune riflessioni personali su questa straordinaria figura, tanto vicina alla condizione umana di ciascuno di noi. Tale desiderio è cresciuto durante questi mesi di pandemia, in cui possiamo sperimentare, in mezzo alla crisi che ci sta colpendo, che «le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. […] Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti». Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà.
San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza. A tutti loro va una parola di riconoscimento e di gratitudine.

(Dalla lettera apostolica del santo padre Francesco in occasione del 150° anniversario della dichiarazione di san Giuseppe quale patrono della Chiesa universale)

Si avvicina il tempo del Natale, il tempo delle feste.

Quante volte, la domanda che si fa tanta gente è: “Cosa posso comprare? Cosa posso avere di più? Devo andare nei negozi a comprare”. Diciamo l’altra parola: “Cosa posso dare agli altri?” Per essere come Gesù, che ha dato sé stesso e nacque proprio in quel presepio. (Osservatore Romano; dall’ Omelia di Papa Francesco nella IV Giornata Mondiale dei Poveri; 17 novembre 2020)

“TENDI LA TUA MANO AL POVERO” (cfr. Sir 7,32)

Dal messaggio di Papa Francesco per la IV Giornata
Mondiale dei Poveri

La sapienza antica ha posto queste parole come un
codice sacro da seguire nella vita. Esse risuonano oggi
con tutta la loro carica di significato per aiutare anche
noi a concentrare lo sguardo sull’essenziale e superare le
barriere dell’indifferenza. La povertà assume sempre
volti diversi, che richiedono attenzione ad ogni
condizione particolare: in ognuna di queste possiamo
incontrare il Signore Gesù, che ha rivelato di essere
presente nei suoi fratelli più deboli (cfr. Mt 25,40). (…)
4. Sempre l’incontro con una persona in condizione di povertà ci provoca e ci interroga.
Come possiamo contribuire ad eliminare o almeno alleviare la sua emarginazione e la sua sofferenza? Come possiamo aiutarla nella sua povertà spirituale?
La comunità cristiana è chiamata a coinvolgersi in questa esperienza di condivisione, nella consapevolezza che non le è lecito delegarla ad altri. E per essere di sostegno ai poveri è fondamentale vivere la povertà evangelica in prima persona. Non possiamo sentirci “a posto” quando un membro della famiglia umana è relegato nelle retrovie e diventa un’ombra. Il grido silenzioso dei tanti poveri deve trovare il popolo di Dio in prima linea, sempre e dovunque, per dare loro voce, per difenderli e solidarizzare con essi davanti a tanta ipocrisia e tante promesse disattese, e per invitarli a partecipare alla vita della comunità.
È vero, la Chiesa non ha soluzioni complessive da proporre, ma offre, con la grazia di Cristo, la sua testimonianza e gesti di condivisione. Essa, inoltre, si sente in dovere di presentare le istanze di quanti non hanno il necessario per vivere. Ricordare a tutti il grande valore del bene comune è per il popolo cristiano un impegno di vita, che si attua nel tentativo di non dimenticare nessuno di coloro la cui umanità è violata nei bisogni
fondamentali.
Roma, San Giovanni in Laterano, 13 giugno 2020, Memoria liturgica di Sant’Antonio di Padova

CORONAVIRUS. LE INDULGENZE PER I DEFUNTI POSSIBILI PER TUTTO IL MESE DI NOVEMBRE

Due i punti principali del decreto della Penitenzieria Apostolica. Il primo: «L’indulgenza plenaria per quanti visitino un cimitero e preghino per i defunti anche soltanto mentalmente, stabilita di norma solo nei singoli giorni dal 1° all’8 novembre, può essere trasferita ad altri giorni dello stesso mese fino al suo termine». E «tali giorni, liberamente scelti dai singoli fedeli, potranno anche essere tra loro disgiunti». Secondo aspetto: «L’indulgenza plenaria del 2 novembre, stabilita in occasione della commemorazione di tutti i fedeli defunti per quanti piamente visitino una chiesa o un oratorio e lì recitino il Padre Nostro e il Credo, può essere trasferita non solo alla domenica precedente o seguente o al giorno della solennità di Tutti i Santi, ma anche a un altro giorno del mese di novembre, a libera scelta dei singoli fedeli». (…) Per quanto riguarda invece gli anziani, i malati e coloro che «per gravi motivi non possono uscire di casa» – ad esempio a causa di restrizioni imposte dall’autorità pubblica come lockdown e coprifuoco – costoro «potranno conseguire l’indulgenza plenaria purché, unendosi spiritualmente a tutti gli altri fedeli, distaccati completamente dal peccato e con l’intenzione di ottemperare appena possibile alle tre consuete condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), davanti a un’immagine di Gesù o della Beata Vergine Maria, recitino pie orazioni per i defunti, ad esempio le Lodi e i Vespri dell’Ufficio dei defunti, il Rosario, la Coroncina della Divina Misericordia, altre preghiere per i defunti più care ai fedeli, o si intrattengano nella lettura meditata di uno dei brani evangelici proposti dalla liturgia dei defunti, o compiano un’opera di misericordia offrendo a Dio i dolori e i disagi della propria vita».

INVITO alla LETTURA

della LETTERA ENCICLICA “FRATELLI TUTTI” DEL SANTO PADRE FRANCESCO SULLA FRATERNITÀ E L’AMICIZIA SOCIALE

1. «Fratelli tutti», scriveva San Francesco d’Assisi per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo. Tra i suoi consigli voglio evidenziarne uno, nel quale invita a un amore che va al di là delle barriere della geografia e dello spazio. Qui egli dichiara beato colui che ama l’altro «quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui». Con queste poche e semplici parole ha spiegato l’essenziale di una fraternità aperta, che permette di riconoscere, apprezzare e amare ogni persona al di là della vicinanza fisica, al di là del luogo del mondo dove è nata o dove abita.

(…)

6. Le pagine che seguono non pretendono di riassumere la dottrina sull’amore fraterno, ma si soffermano sulla sua dimensione universale, sulla sua apertura a tutti. Consegno questa Enciclica sociale come un umile apporto alla riflessione affinché, di fronte a diversi modi attuali di eliminare o ignorare gli altri, siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole. Pur avendola scritta a partire dalle mie convinzioni cristiane, che mi animano e mi nutrono, ho cercato di farlo in modo che la riflessione si apra al dialogo con tutte le persone di buona volontà.

TESSITORI DI FRATERNITÀ: LA SFIDA

di don Armando Matteo

Noi cristiani siamo così abituati al lessico della fraternità – si pensi solo a quante volte, durante la liturgia, risuona la locuzione: «Fratelli e Sorelle» – che parlare di missione oggi in termini di “tessitori di fraternità” sembra qualcosa di estremamente semplice, se non addirittura banale. (…) Certamente – e lo dobbiamo pure dire – l’inclinazione alla fraternità è qualcosa che come umani ci portiamo dentro. Noi siamo “animali fatti di relazione e di relazioni”, come si sa bene sin dai tempi di Aristotele. Tuttavia, se c’è una cosa che vale per ogni aspetto della nostra umanità, è il dato per il quale in essa non vi sono automatismi di nessun tipo. Anche un’inclinazione così profonda, come quella verso l’altro, verso il prossimo, richiede sempre un atto di volontà, una decisione, un passo da compiere in libertà. Ed ecco allora il punto: cosa succede al tema della fraternità, quando le parole che sentiamo in mezzo al nostro quotidiano non riecheggiano quasi per nulla quelle liturgiche di “Fratelli e Sorelle”, quando scompare il bisogno dell’altro, quando cioè le condizioni economiche, sociali, culturali, di sviluppo sono tali da affrancare la maggior parte delle persone dalle situazioni di povertà, di indigenza, di fame, di esposizione a malattie incurabili così frequenti anche nelle parti ora ricche del mondo sino a poco tempo fa? In una parola: cosa succede alla questione della fraternità quando il denaro, la tecnologia, l’espansione e la promozione dell’esistenza di ciascun soggetto prendono il sopravvento? Accade che essa diventi un compito, un impegno: una missione. Di più, secondo una possibile lettura di Evangelii gaudium, la fraternità diventa la missione specifica della comunità ecclesiale per questo tempo ed in questo tempo.

(Testo integrale sul sito www.missioitalia.it Conoscere – Giornate missionarie)

MESE DEL CREATO

(Intervista a Simone Morandini, insegnante di Teologia della creazione all’Istituto Studi Ecumenici San Bernardino di Venezia e alla Facoltà teologica del Triveneto)

Che ruolo ha o può avere nella coscienza collettiva l’enciclica di Francesco Laudato si’? A cinque anni dalla sua pubblicazione, in questo «anno speciale Laudato si’» non finiamo di meravigliarci della forza interpellante di questo testo (…). L’hanno colta, del resto, anche parecchi esponenti del mondo scientifico e di quello economico, così come rappresentanti di realtà confessionali e religiose diverse. Un’enciclica, insomma, che ha saputo andare al di là dei confini del cattolicesimo, per attivare inediti percorsi di dialogo e mobilitare energie e competenze, convocando ogni persona che abita il pianeta per condividere la responsabilità ecologica, la cura della casa comune e la speranza per essa. La categoria di ecologia integrale – efficace ripresa concettuale del «tutto è connesso» tante volte ripetuto nel testo – è divenuta quasi una parola d’ordine in tal senso. Tale ampiezza di interlocuzione non ha peraltro ridotto la densità concettuale del testo (…) La fede in Gesù Cristo si rivela, in effetti, come una risorsa potente per una formazione ecologica; occorre, però, leggerla in tutta la sua ricchezza (…) Molti, in effetti, nel mondo cristiano si sono fatti ispirare da tale prospettiva, per avviare percorsi di rinnovamento, di formazione e di conversione ecologica. (…) C’è qualche buona pratica per avviare uno sviluppo sostenibile? Per una vita più responsabile? Tante in realtà sono le buone pratiche possibili; (…) In due parole: eco sufficienza (sobrietà, essenzialità, riduzione dello spreco…), ma anche eco efficienza (valorizzazione dell’innovazione tecnologica, per ridurre l’impatto ambientale per i beni e i servizi necessari).

(Settimana News; Morandini: verso una “tempesta perfetta”. Pier Luigi Cabri (a cura); 11 settembre 2020)

MESE DEL SEMINARIO 2020

Spendersi per gratitudine (Mt 21,28-32)

I tempi, lo sappiamo, sono impegnativi in campo vocazionale. Ci accorgiamo tutti di come i ragazzi e i giovani facciano fatica a guardare al futuro e a progettare la vita. Molti si sentono incerti e faticano a prendere delle decisioni per il futuro, soprattutto decisioni a tempo pieno e per sempre. Sembra troppo arduo lasciare tutto per avventurarsi nella Parola indicata dal Signore. Anche in Seminario se ne vedono gli effetti con un numero di giovani molto inferiore rispetto agli anni passati. Non credo sia corretto, tuttavia, pensare che questo calo sia dovuto alla diminuzione dei chiamati: dalla Storia della Salvezza abbiamo imparato che il Signore chiama sempre. Forse, invece, questo è il segno che fatichiamo a vivere lo slancio di Cristo Gesù che “pur essendo nella condizione di Dio… svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo” (Fil 2,6-7). Fatichiamo a lasciare ciò che siamo e abbiamo e ad affidarci alla Parola del Signore, a rischiare tutto per lui e allo stesso tempo contagiamo altri a trattenere la vita, piuttosto che a spenderla per amore, grati dell’amore grande di Dio. “La mia volontà nella tua” (San Gregorio Barbarigo) – Convertiamo il nostro cuore ad uscire da noi stessi e contagiamo tutti a vivere questo spostamento di baricentro. Diamo valore alla voce del Signore che, da dentro la comunità cristiana, il mondo, le vicende della vita, chiama ad uscire per prenderci cura della sua vigna e offriamo occasioni concrete a tutte le persone che ci sono affidate per fare esperienza di questa Parola. Sosteniamo con la preghiera i giovani che il Signore chiama ad uscire per andare nella sua vigna come preti e facciamo ciò che serve per aiutarli a rimanere liberi nel cuore perché scoprano che “nella volontà del Signore vi è anche la loro”. don Silvano Trincanato, direttore di Casa Sant’Andrea e animatore vocazionale del Seminario Maggiore

«LA VOCAZIONE A RIDARE FIDUCIA»

Il vescovo (di Pinerolo, monsignor Olivero, reduce dal ricovero ospedaliero per curare il virus,) prosegue (nel suo ultimo libro) con l’analisi della società prima del covid-19, «la prima civiltà senza fiducia nel futuro», commentando: «Oggi sembra ancora peggio, perché questa tragedia ci dice che molti diventano cinici e si chiedono se e chissà come ne verremo fuori». Secondo monsignor Olivero, «la vocazione a ridare fiducia» è oggi l’impegno specifico dei cristiani. Questo appello «è anzitutto da coltivare in noi, perché non è detto che i cristiani siano veramente i più fiduciosi». Ma «la Parola di Dio, l’eucaristia, la comunità sono sorgenti di fiducia» e ci rendono «capaci di stare veramente, fattivamente, generativamente vicini agli altri, per far sentire un aiuto e una speranza che contagia»

(L’Osservatore Romano; Pagina 6; Donatella Coalova; Monsignor Olivero riflette sull’esperienza del covid-19. Non è una parentesi; 16 luglio 2020)