MESE DEL SEMINARIO 2020

Spendersi per gratitudine (Mt 21,28-32)

I tempi, lo sappiamo, sono impegnativi in campo vocazionale. Ci accorgiamo tutti di come i ragazzi e i giovani facciano fatica a guardare al futuro e a progettare la vita. Molti si sentono incerti e faticano a prendere delle decisioni per il futuro, soprattutto decisioni a tempo pieno e per sempre. Sembra troppo arduo lasciare tutto per avventurarsi nella Parola indicata dal Signore. Anche in Seminario se ne vedono gli effetti con un numero di giovani molto inferiore rispetto agli anni passati. Non credo sia corretto, tuttavia, pensare che questo calo sia dovuto alla diminuzione dei chiamati: dalla Storia della Salvezza abbiamo imparato che il Signore chiama sempre. Forse, invece, questo è il segno che fatichiamo a vivere lo slancio di Cristo Gesù che “pur essendo nella condizione di Dio… svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo” (Fil 2,6-7). Fatichiamo a lasciare ciò che siamo e abbiamo e ad affidarci alla Parola del Signore, a rischiare tutto per lui e allo stesso tempo contagiamo altri a trattenere la vita, piuttosto che a spenderla per amore, grati dell’amore grande di Dio. “La mia volontà nella tua” (San Gregorio Barbarigo) – Convertiamo il nostro cuore ad uscire da noi stessi e contagiamo tutti a vivere questo spostamento di baricentro. Diamo valore alla voce del Signore che, da dentro la comunità cristiana, il mondo, le vicende della vita, chiama ad uscire per prenderci cura della sua vigna e offriamo occasioni concrete a tutte le persone che ci sono affidate per fare esperienza di questa Parola. Sosteniamo con la preghiera i giovani che il Signore chiama ad uscire per andare nella sua vigna come preti e facciamo ciò che serve per aiutarli a rimanere liberi nel cuore perché scoprano che “nella volontà del Signore vi è anche la loro”. don Silvano Trincanato, direttore di Casa Sant’Andrea e animatore vocazionale del Seminario Maggiore

«LA VOCAZIONE A RIDARE FIDUCIA»

Il vescovo (di Pinerolo, monsignor Olivero, reduce dal ricovero ospedaliero per curare il virus,) prosegue (nel suo ultimo libro) con l’analisi della società prima del covid-19, «la prima civiltà senza fiducia nel futuro», commentando: «Oggi sembra ancora peggio, perché questa tragedia ci dice che molti diventano cinici e si chiedono se e chissà come ne verremo fuori». Secondo monsignor Olivero, «la vocazione a ridare fiducia» è oggi l’impegno specifico dei cristiani. Questo appello «è anzitutto da coltivare in noi, perché non è detto che i cristiani siano veramente i più fiduciosi». Ma «la Parola di Dio, l’eucaristia, la comunità sono sorgenti di fiducia» e ci rendono «capaci di stare veramente, fattivamente, generativamente vicini agli altri, per far sentire un aiuto e una speranza che contagia»

(L’Osservatore Romano; Pagina 6; Donatella Coalova; Monsignor Olivero riflette sull’esperienza del covid-19. Non è una parentesi; 16 luglio 2020)

LINGUAGGI D’EMERGENZA, MA CARICHI DI UMANITÀ E DI CURA

(Lettera diocesana 2020/04; don Gianandrea Di Donna)

Se oggi è necessario lavare le mani, velare la bocca, occupare i posti con intelligenza e prudenza, coprire i santi doni eucaristici… potremmo farlo – allora – con proprietà, quasi ritualmente, con gesti carichi di forza antropologica, come se dovessero essere “assimilati” entro il linguaggio della liturgia: non mi igienizzo come fossi un operatore sanitario ma lavo le mani con atteggiamento composto, veritiero, vigoroso; con l’acqua, il sapone, l’asciugatoio, il ministro che mi assiste… Non proteggo patena e calice con la pellicola da frigorifero, ma adombro i santi doni lì contenuti con le coperture metalliche e gli oggetti della tradizione come la palla, il purificatoio… non metto i guanti per non toccare, ma velo le mani con sobrietà perché i guanti di cotone, bianchi come il nitore di tutto ciò che sta sull’altare, tocchino il Corpo del Salvatore, e dopo l’uso si possano lavare con cura senza il gesto mediocre e brutale di gettar via come pattume… Anche i linguaggi di un’emergenza possono essere umanizzati e portati al cospetto di Dio! Forse – tornati alla vita ordinaria – i gesti frettolosi del toccare, del coprire, del lavare, del velare potranno tornare a esser veri e pieni di quella santità che il celebrare i segni di Cristo pretende: anche il suo Corpo fu toccato, lavato con cura, unto di santi profumi; anche il suo volto fu velato; e il suo Corpo infine fu deposto, avvolto in un bianco sudario, amorevolmente nel sepolcro. Di più… Non ne vale la pena.

IL PANE BUONO

Dall’introduzione del vescovo al documento: La carità nel tempo della fragilità

L’urgenza di dare una risposta alle persone fragili, quelle che già sono in difficoltà e quelle che prevediamo cadranno vittime delle conseguenze del coronavirus sul piano economico e sociale (è) un’urgenza che non possiamo non vedere. I poveri non ci chiedono però una nuova organizzazione o delle strutture ma domandano prima di tutto comprensione, ascolto, vicinanza, tenerezza: non un dono materiale e individuale ma spirituale e collettivo, uno stile comunitario. I poveri ci chiedono calore umano e amore, speranze e Speranza. Di questi doni dobbiamo fare provvista alla scuola del Vangelo. Sento crescere dunque questa domanda dei poveri e con tutto il cuore la presento alle comunità cristiane: Dove possiamo trovare questi beni, questo pane? È il pane dell’amore, dell’amicizia, della fraternità! Quando qualcuno di noi, umiliato e bastonato, avrà bisogno di sostegno, dove potrà raccontare le sue amarezze, la sua disperazione e trovare comprensione? Per favore, non dite «vai dal parroco» oppure «vai alla Caritas!». E se avessimo la grazia di aver avuto in dono un cuore attento al fratello bisognoso, che cosa abbiamo da offrire? E anche qui, per favore, non diciamo pasta o vestiti o soldi! Tutti coloro che busseranno alle porte delle nostre comunità devono trovare un fratello e una sorella che sa stare accanto a loro, che li ascolti, li incoraggi e li sostenga… con il cuore innanzitutto, cioè con amore, con l’Amore, con il “pane buono”. Non è vero forse che, se fossimo più poveri, sapremmo capire meglio e forse saremmo più ricchi di umanità? Il “pane buono” è il pane che unisce ascolto e azione e va ben oltre quanto possiamo trovare presso gli sportelli dell’assistenza pubblica o privata e dei servizi sociali. È pane di fraternità, di cammino condiviso, di giustizia cercata insieme. Il “pane buono” di cui i poveri hanno bisogno è pane semplice, di cui tutti possono disporre, anche i poveri stessi. Le nostre Liturgie ci offrono ogni domenica la Parola del Signore Risorto, ci nutrono con il Pane eucaristico, cioè la vita divina di Gesù, perché noi stessi diventiamo “pane buono” per i nostri fratelli e sorelle e sappiamo amare in memoria di Lui. Da lì troviamo forza per stare insieme, per ospitare, per lenire le sofferenze, per guardare al futuro con speranza. Era anche tutto questo che ci è mancato in questi mesi? A partire da qui possiamo immaginare una possibilità di rinnovamento per le nostre comunità: dal Vangelo che si fa “pane buono” e che consumato diventa Carità, amore, fraternità “per voi e per tutti”. A partire dall’urgente appello dei poveri, siamo chiamati a ripensarci, a ringiovanirci nel cuore, a ritentare di edificare quelle comunità del Vangelo che parlano del Signore con la vita. È una grande opportunità per le nostre comunità per darsi un volto credibile e accogliente. Queste comunità che nascono dalla fragilità umana, con l’aiuto dello Spirito del Risorto, sanno testimoniare e vivere la Carità, il “pane buono”! Ne siamo certi: il Signore è la nostra forza!

+ Claudio, vescovo

LA GIOIA PER LE MESSE RITROVATE …

E UN PIANO PER FAR RISORGERE L’ITALIA

Da una parte, la «gioia» per l’Eucaristia comunitaria “ritrovata” (…) Dall’altra, la preoccupazione per la crisi che già si tocca con mano. A cominciare dall’allarme disoccupazione. Il cardinale Gualtiero Bassetti torna a scrivere alla sua Chiesa … ma nella sua ultima lettera le parole del presidente della Cei guardano a tutto il Paese e alla “fase 2” della Chiesa italiana. Bassetti … sollecita l’impegno di tutti «per mitigare le conseguenze della pandemia» lanciando una sinergia fra delle «istituzioni ecclesiali e civili». Tre «campi di lavoro», come li definisce il cardinale, di fronte al rischio povertà. Il primo «e più urgente è l’aiuto alimentare» che ha già visto «tanta generosità durante questi mesi». Il secondo è legato alle «spese per la gestione della casa: utenze e consumi, un bisogno che sta emergendo e diventerà primario nell’estate». Il terzo riguarda l’occupazione. «Se non ci sarà questa ripresa, molte persone non riusciranno più a ritornare a galla e sarà facile scivolare sotto la soglia di povertà … Noi italiani, che siamo bravissimi in tempo di emergenza … dobbiamo ora vincere la sfida di una nuova rinascita».

QUALE PAROLA DI DIO È RIVOLTA ALLA COMUNITÀ CRISTIANA NEL CUORE DI QUESTA PANDEMIA?

Don Giorgio Bezze, direttore dell’ufficio diocesano per l’annuncio e la catechesi, ha scritto una interessante lettera ai catechisti sottolineando, almeno in alcuni passaggi, degli aspetti esperienziali e pastorali che ci toccano tutti sia come persone singole sia come comunità cristiana. Li proponiamo a tutti, nella speranza che riprendendo la vita “quasi normale” ci aiutino a crescere nella nostra fede e nella testimonianza cristiana.

(…) Papa Francesco il 27 marzo scorso, durante la preghiera in tempo di epidemia, confessa che anche noi Chiesa, dopo essere «andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto», siamo ora obbligati a fermarci, a stare in casa, a sospendere le attività che tanto ci hanno coinvolto e appassionato.

E ha aggiunto, con altrettanta fermezza: questo è «un tempo di scelta». E dunque, questo tempo, soprattutto la fase 2, non è una parentesi in attesa di ritornare alle abitudini del passato, ma un appello dello Spirito per discernere l’essenziale e comprendere cosa dobbiamo rinunciare per salvaguardare il tutto. Nulla potrà essere come prima, neppure le nostre proposte pastorali. (…)

Sarà quindi importante raccontarsi sì i disagi dell’isolamento, ma non soffermarsi solo su questi, piuttosto lasciarsi provocare dalle domande:

che cosa stiamo imparando da questa esperienza per la nostra vita personale?

Per la vita della Chiesa e in particolare per le nostre comunità cristiane?

Che cosa è essenziale e non possiamo abbandonare, nell’annuncio, nella liturgia e nella carità, sapendo che una non può esistere senza l’altra? (…)

Indubbiamente il dono della celebrazione Eucaristica è il dono più grande che la Chiesa può offrire, senza tuttavia dimenticare che essa ha anche altro da donare: la Parola di Dio, la vita fraterna e comunitaria, i gesti di carità verso i più poveri. Così, in attesa di potere celebrare in pienezza l’Eucaristia, potremmo chiederci, oltre alla celebrazione Eucaristica:

cosa potremmo offrire con maggiore qualità ai giovani e agli adulti?

Credo che trovare un’occasione per riflettere insieme e tentare di rispondere alle varie provocazioni, sia una cosa necessaria per non lasciar passare inutilmente questo “tempo sospeso,” ma poterlo vivere come un’opportunità per diventare ancora di più popolo di Dio in continua conversione.

Il dono dello Spirito Santo che vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà ciò che il signore Gesù ha detto” (cfr. Gv 14,25).

Dopo la tempesta spunta sempre il sole!

Riproponiamo il video pubblicato nella pagina Facebook dell'”Unità Pastorale alla Guizza”!

Uno stimolo per la ripartenza!!!

(altro…)

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA 57ª GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI

Il 4 agosto dello scorso anno, nel 160° anniversario della morte del santo Curato d’Ars, ho voluto offrire una Lettera ai sacerdoti, (…) ho scelto quattro parole chiave: DOLORE, GRATITUDINE, CORAGGIO E LODE. (…)

Ritengo che oggi, in questa 57ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, quelle parole si possano riprendere e rivolgere a tutto il popolo di Dio, sullo sfondo di un brano evangelico che ci racconta la singolare esperienza capitata a Gesù e Pietro durante una notte di tempesta sul lago di Tiberiade (cfr. Mt 14,22-33).

(…) Il Vangelo ci dice (…) che nell’avventura di questo non facile viaggio non siamo soli. Il Signore, quasi forzando l’aurora nel cuore della notte, cammina sulle acque agitate e raggiunge i discepoli, (…) La prima parola della vocazione, allora, è GRATITUDINE. (…)

Ogni vocazione nasce da quello sguardo amorevole con cui il Signore ci è venuto incontro, magari proprio mentre la nostra barca era in preda alla tempesta. «Più che una nostra scelta, è la risposta alla chiamata gratuita del Signore» (Lettera ai sacerdoti, 04 agosto 2019); perciò, riusciremo a scoprirla e abbracciarla quando il nostro cuore si aprirà alla gratitudine e saprà cogliere il passaggio di Dio nella nostra vita.

La seconda parola è CORAGGIO. (…) Il Signore (…) conosce le domande, i dubbi e le difficoltà che agitano la barca del nostro cuore, e perciò ci rassicura: “Non avere paura, io sono con te!”. La fede nella sua presenza che ci viene incontro e ci accompagna, anche quando il mare è in tempesta, ci libera da quell’accidia che ho già avuto modo di definire «tristezza dolciastra» (Lettera ai sacerdoti, 4 agosto 2019), cioè quello scoraggiamento interiore che ci blocca e non ci permette di gustare la bellezza della vocazione. (…) quando Gesù sale sulla barca, il vento cessa e le onde si placano. È una bella immagine di ciò che il Signore opera nella nostra vita e nei tumulti della storia (…) Nella specifica vocazione che siamo chiamati a vivere, questi venti possono sfiancarci. Penso a coloro che assumono importanti compiti nella società civile, agli sposi che non a caso mi piace definire “i coraggiosi”, e specialmente a coloro che abbracciano la vita consacrata e il sacerdozio. (…)

Nella Lettera ai sacerdoti ho parlato anche del DOLORE, ma qui vorrei tradurre diversamente questa parola e riferirmi alla fatica. (…) Se ci lasciamo travolgere dal pensiero delle responsabilità che ci attendono – nella vita matrimoniale o nel ministero sacerdotale – o delle avversità che si presenteranno, allora distoglieremo presto lo sguardo da Gesù e, come Pietro, rischieremo di affondare. Al contrario, pur nelle nostre fragilità e povertà, la fede ci permette di camminare incontro al Signore Risorto e di vincere anche le tempeste.

(…) Coraggio, non abbiate paura! Gesù è accanto a noi e, se lo riconosciamo come unico Signore della nostra vita, Egli ci tende la mano e ci afferra per salvarci. E allora, pur in mezzo alle onde, la nostra vita si apre alla LODE. È questa l’ultima parola della vocazione, e vuole essere anche l’invito a coltivare l’atteggiamento interiore di Maria Santissima: grata per lo sguardo di Dio che si è posato su di lei, consegnando nella fede le paure e i turbamenti, abbracciando con coraggio la chiamata, Ella ha fatto della sua vita un eterno canto di lode al Signore. (…) La Vergine Maria ci accompagni e interceda per noi.

Roma, San Giovanni in Laterano, 8 marzo 2020, II Domenica di Quaresima

FEDE e FANTASIA

Gli auguri del vescovo Claudio

C’è chi sta “aspettando che passi” per tornare a essere quel che eravamo prima. Altri vanno dicendo: “D’ora in poi cambierà tutto”. Io penso che non dipenda dal Coronavirus ma da noi, quel che succederà. Se di fronte a questa tragedia non avremo la forza di cambiare noi stessi, il nostro cuore e il nostro modo di pensare, tutto sarà stato inutile. Se torneremo a pensarci come “gli occidentali” contrapposti al resto del mondo, come individui ognuno per conto suo, se non sapremo dare spazio a quei valori che pure abbiamo visto tanto forti nell’emergenza, la solidarietà, l’altruismo, la generosità, a cosa sarà servito tanto dolore? Ecco lo spazio straordinario che vedo emergere per il Vangelo, per l’annuncio della fede, se noi cristiani sapremo davvero “stare dentro” questo tempo con l’intelligenza, la fantasia, l’energia che il Signore ci dona. Ma non per ritornare al passato… oggi è tempo di sognare, e di iniziare a costruire una Chiesa nuova. E una società nuova. Certo, in queste settimane sento quanto manchi la vita comunitaria. Manca a me per primo, che in questi anni ho tanto insistito sull’idea di comunità, sul valore della fraternità da sperimentare innanzitutto con quanti vivono accanto a noi. Però questo isolamento forzato ci aiuta a mettere in luce un aspetto che viene ancora prima della comunità: la nostra personale adesione al Vangelo. Cosa vuol dire essere credenti, quando non c’è la messa la domenica, non ci sono centri parrocchiali, associazioni, spazi d’incontro, scuole, catechismo a cui partecipare? Quale spazio ha davvero nella nostra vita quel Dio “che vede nel segreto”? È da qui che mi piacerebbe avessimo la forza di ripartire.

“DOVE VUOI CHE PREPARIAMO LA PASQUA?”

Lettera dei preti e della presidenza unitaria dei consigli pastorali

Cari amici e fratelli, siamo ormai prossimi alla Pasqua e la settimana che ci sta davanti ci ripropone, in questo tempo di emergenza sanitaria, il centro e il culmine della nostra fede. Vogliamo condividere con voi e con tutte le persone che abitano il nostro quartiere, alcuni passaggi dentro i quali siamo stati costretti a muoverci per lasciarci coinvolgere, ora, da Colui che ha attraversato la morte e, vivo, continua ad accompagnare le nostre esistenze, nella certezza che la sua Presenza sarà capace di aprire strade nuove e generare storie inedite, personali e comunitarie. Siamo piombati dentro una pandemia improvvisa e silenziosa che ci ha costretti a limitare e a ridurre ogni contatto e incontro: tutto si è ridotto e lo spazio delle nostre case è diventato il nostro piccolo mondo. Le chiese, i segni e i gesti dei sacramenti sono “spariti” e siamo rimasti soli, con la nostra sete e fame di infinito, di comunione e di relazioni… e tante domande, come un vortice inarrestabile, si sono addensate nei nostri cuori e nelle nostre menti. Anche se il mercoledì delle ceneri il nostro capo non ha ricevuto le sacre ceneri, siamo entrati dentro una quaresima dal sapore amaro della quarantena. E da lì sono iniziati e trascorsi giorni difficili e pesanti, segnati dalla conta, quasi ossessiva, dei numeri dei contagiati e dei morti. Dipendenti e diretti dalle misure dei decreti ministeriali e regionali, le nostre esistenze sono trascorse, per settimane, nell’attesa spasmodica che la curva della pandemia raggiungesse il picco per poi discendere, nella speranza così di poter riprendere la vita normale. Eppure, tanti di noi, dentro questa fatica, non si sono sentiti soli. Con occhi nuovi e con stupore, abbiamo riscoperto la verità e la concretezza di tanti valori proclamati ma non sempre adeguatamente sostenuti, come la centralità della famiglia, il valore del “tempo interiore”, la ricerca e la preziosità della preghiera, personale e condivisa con i figli, l’inestimabile dono dell’amicizia, il piacere della lettura e della cultura, e una “prossimità” possibile, anche se a “distanza”. Anche senza saperlo, abbiamo fatta nostra e provata sulla nostra pelle la bellissima e verissima espressione di S. Agostino: “La felicità più piena sta nella possibilità di amare quello che si ha!”: la vita, la famiglia, i figli… È vero, ci è mancata la comunità cristiana, la Messa, ma la fame del pane eucaristico e della Parola di Dio siamo riusciti ad allentarla un po’ anche grazie all’adorazione e alla condivisione, sulle piattaforme digitali, che ha visto giovani e adulti incontrarsi: la Parola ci ha interrogati, sorretti, portati, dandoci un po’ di consolazione e di speranza perché la paura e la solitudine non avessero il sopravvento. Momenti semplici ma veri: i volti e la voce degli amici sono stati come balsamo profumato che curava le nostre ferite esistenziali. Ci siamo sentiti in comunione con tutta l’umanità tanto che la preghiera del Padre Nostro e la Benedizione “Urbi et Orbi” di papa Francesco, abbattendo invisibili ma concreti muri e recinti, ci ha fatto sentire tutti fratelli, dentro “la stessa barca”, abbracciati da un unico destino. E abbiamo avvertito, guardando il Crocifisso, lo spessore e la … bellezza delle parole che il papa ha pronunciato: “Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e a sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che ci libera dalla paura e dà speranza”. Noi preti abbiamo celebrato la messa tutti i giorni davanti allo stesso Crocifisso: l’assenza fisica dei fedeli non ci ha impedito di sentirvi presenti e nello sguardo di Lui abbiamo incrociato i vostri sguardi. Abbiamo ritrovato, ammirati, un “popolo” di giovani, uomini e donne che a partire dai medici, infermieri, personale ausiliario, forze dell’ordine e tanti, tanti volontari, hanno dato e stanno dando il meglio di sé nel curare e sostenere chi è stato colpito dal veleno del virus e nel rispondere, in mille modi, anche ai nostri bisogni primari. Quante lacrime e quanto dolore abbiamo provato di fronte a vite, che, piene di anni e di saggezza, ci hanno lasciato, nella solitudine e nel silenzio: improvvisamente siamo diventati amici e parenti di quanti piangevano i loro cari scomparsi. Porteremo sempre con noi le immagini della lunga fila di camion militari carichi di bare e le residenze degli anziani trasformate in camere mortuarie. In questo mese siamo cresciuti anche noi nel dolore e la statura della nostra anima e del nostro spirito ora hanno una consistenza maggiore. Questi passaggi e molti altri, segreti e per questo ancora più veri, ci hanno fatto attraversare la quaresima: ora ci stanno davanti i “giorni santi” e ascolteremo e accoglieremo l’annuncio, sempre nuovo e reale, della Resurrezione del Signore. Facciamo nostra allora la stessa domanda che i discepoli, rivolsero a Gesù: “Dove vuoi che prepariamo la Pasqua?”: viviamo la “grande Settimana Santa” con gratitudine e riconoscenza, con tutto il peso e le fatiche di questo tempo interminabile.

Dove vuoi che prepariamo la Pasqua? – Prima di tutto dentro al nostro cuore: lo abbiamo riscoperto e ritrovato, interrogato e ascoltato mille volte. Come fece il giovane re Salomone che, in risposta all’invito rivoltogli da Dio di chiedergli qualunque cosa, dice: “Donami, Signore, un cuore capace di ascolto” (1Re 3,9) anche noi chiediamo un cuore capace di ascolto… anche se ora ci troviamo fragili e provati, lo Spirito del Signore Risorto ci darà “un cuore nuovo”, capace di speranza, di amore, di comunione e così ci scopriremo diversi e un po’ migliori. Tutta l’esistenza di Gesù ha palpitato e si è pienamente realizzata, fino a dare la vita per amore, perché mossa da un cuore generoso, accogliente, attento al Padre, nella preghiera e attento ai fratelli nella carità e nella solidarietà!

Dove vuoi che prepariamo la Pasqua? – Prepariamola nella nostra famiglia e nella nostra casa: creiamo “l’angolo bello” per la preghiera e l’incontro. I cristiani ortodossi chiamano “angolo bello” lo spazio dove in casa collocano una o più icone, una lampada votiva e dei fiori. Nella nostra casa, in un luogo anche piccolo, ma curato, possiamo mettere alcuni segni: il libro dei Vangeli, il Crocifisso, una candela, dei fiori, un ramoscello d’ulivo, una cassettina per la carità da donare alle nostre missioni. Questo “angolo bello” può diventare il luogo della preghiera e lo spazio dove porre alcuni gesti di comunione con quanto la Chiesa ci propone nei giorni santi.

Dove vuoi che prepariamo la Pasqua? – La prepariamo coltivando e facendo crescere i desideri belli, buoni e veri, nostri e di tutti. Anche se ci preoccupano seriamente le conseguenze di questo “periodo tragico” sia dal punto di vista economico-finanziario sia per il crollo degli equilibri politici e per la distruzione della ricchezza, noi vogliamo anzi, desideriamo, che lo Spirito del Risorto ci conduca su strade nuove e inedite che con coraggio portano alla realizzazione del suo Regno: Padre, venga il tuo Regno. La Pasqua ci doni di essere più umani così da sentirci dentro un unico destino con tutta l’umanità, più fratelli e solidali con tutti. I ritmi della vita, del lavoro, del tempo e le nostre libertà non saranno, molto probabilmente, più come prima: come comunità cristiane, come uomini e donne “risorti” usciremo anche noi dai nostri “sepolcri” per pensare e vivere la vita come S. Madre Teresa di Calcutta ci ha insegnato, declinandola dentro molte possibilità: “La vita è un’opportunità, coglila. (…) A tutte le vostre famiglie, ai ragazzi, ai giovani, agli anziani e in particolare agli ammalati e a chi vive con più sofferenza questo tempo di emergenza sanitaria, i nostri più veri e fraterni auguri di una santa Pasqua, nell’attesa di poterci di nuovo incontrare e abbracciare.