PERCHÉ SI FANNO LE FESTE PER I MORTI?

Le risposte alle domande sulla fede poste dai bambini.

Famiglia Cristiana; 02/11/2015; Francesca Fabris.

– Ogni anno, il giorno in cui sarebbe stato il compleanno del nonno, i miei genitori chiedono al parroco di dire una messa per lui. Ma è morto da tre anni, a cosa serve? Quando moriamo e ci presentiamo davanti a Dio, possiamo vivere per sempre con lui. Ma se in noi ci sono ancora tracce di egoismo, di invidia, di gelosia, in una parola di “non-amore”, abbiamo bisogno di essere purificati. Abbiamo chiamato questo stato con il nome di purgatorio, che non è un luogo immerso fra le nuvolette, a metà strada fra la terra e il paradiso, dove si chiacchiera e si beve il caffè, come mostra una pubblicità. In realtà nessuno sa dirti esattamente cos’è, né com’è, si può solo supporre, perché bisognerebbe esserci stati. Comunque ecco spiegato il significato delle Messe per i defunti. La nostra preghiera può aiutarli. Anche san Paolo in una sua lettera dice che è un gesto salutare. Chiediamo al Signore di perdonarli di tutto il male commesso e di accoglierli nel suo Regno di pace e di giustizia, il più in fretta possibile… anche se in cielo non credo che esistano gli orologi, il presto o il tardi non sono categorie che gli appartengono! – Mio nonno era talmente buono che non ha bisogno di essere purificato nel purgatorio, come dici tu. Ci scommetto! Ti credo. Sono tante le persone sante, non solo quelle il cui nome compare sul calendario. Sono i santi anonimi, i santi di nessuno, non per questo meno importanti degli altri. In ogni caso la preghiera che rivolgi al Signore per lui non andrà sprecata, si riverserà su chi ne ha più bisogno, perché è come una pioggia che cade sulla terra assetata, le zolle più aride ne assorbono di più. – Si può comunicare con chi è in paradiso? La Chiesa che cammina sulla terra non è slegata da quella che risiede in cielo. C’è una comunione che lega le due realtà, come una connessione che non conosce interruzioni del segnale, perché è mantenuta da un canale perfetto che è Gesù, e non da un apparecchio tecnologico che cade presto in disuso. Chi è in cielo quindi può dare un “aiutino” a chi ancora si trova quaggiù: è ciò che chiamiamo intercessione dei santi. Santa Teresina ha detto un giorno: «Passerò il mio cielo a fare del bene sulla terra».

LA MISSIONE A CASA NOSTRA

Perseverate nell’amore fraterno. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo. (Eb. 13) E’ riflettendo su questo passo di san Paolo che un gruppo di adulti e di giovani dell’Unità pastorale alla Guizza hanno iniziato ad incontrare i ragazzi richiedenti asilo che hanno trovato casa nell’ex scuola materna della parrocchia del Bassanello, grazie ad un’esperienza di accoglienza diffusa gestita dalla Cooperativa Populus. Abbiamo provato a farci sollecitare dall’invito di San Paolo ad essere ospitali, nella doppia accezione che connota il termine ospite, ovvero a saper ospitare e farsi ospitare dall’altro. E così, piano piano, ci siamo avvicinati a questi nuovi vicini di casa offrendo loro qualche lezione di italiano e di uso del computer, qualche consiglio su come tenere la casa e cucinare, qualche serata di festa insieme. Piccoli gesti semplici, nel tentativo di “esprimere la concretezza del Vangelo”, come ci invita a fare Papa Francesco. Di giorno in giorno, le distanze si stanno accorciando. Ora non sono più giovani africani richiedenti asilo, hanno un volto, nome, una storia, dei sogni, delle fatiche, delle capacità, dei gusti. E a loro volta ci hanno conosciuti, ci hanno chiamati per nome, si sono fidati di noi, ci aspettano, ci aiutano, ci ospitano. Stanno imparando l’italiano, ad usare il computer, a tenere pulita la casa, vanno a scuola, uno di loro lavora e un altro inizierà nelle prossime settimane il servizio civile presso una cooperativa sociale. E noi siamo fieri di loro! E’ la magia dell’incontro, tra persone e non solo tra paesi e condizioni di vita diverse, quello che riesce a sospendere il pregiudizio e a farsi appassionare dall’altro. E’ una bella occasione per percepire la bellezza di abitare un territorio e di poterlo condividere, di sentirsi famiglia, di poter aprire le porte e affrontare insieme le eventuali difficoltà, con fiducia.

VANGELO E AMORE PER GESÙ

Con santa Teresa di Gesù Bambino e del volto santo, la terza donna proclamata dottore della Chiesa da san Giovanni Paolo II il 19 ottobre del 1997, ritorniamo al Carmelo. La giovane Teresa Martin vi entra nel 1888 ad appena 15 anni. Figlia di genitori a loro volta proclamati santi e compagna di sorelle che a loro volta scelsero la vita religiosa, Teresa deve in un primo momento liberarsi di una pietà troppo scontata, troppo naturale. Fin dai primi anni al Carmelo «l’aridità divenne il mio pane quotidiano», mentre nella fase finale della malattia che la porterà alla morte le è chiesto di «mangiare alla mensa dei peccatori, di vivere l’assenza di fede di coloro che sono lontani da Dio». Prove autentiche che non intaccano l’esperienza essenziale di Teresa che è quella dell’amore di Dio cui ella è chiamata a rispondere con la piccola via, la via dell’infanzia spirituale. «L’ascensore che deve innalzarmi fino al cielo sono le vostre braccia, Gesù! Per questo non ho bisogno di crescere, al contrario bisogna che resti piccola, che lo divenga sempre più». In breve, Teresa ha scoperto, secondo von Balthasar, l’esperienza della chenosi di Gesù, della discesa per amore accettando la propria e altrui debolezza come luogo della grazia e quindi della resurrezione. Per questo Teresa non si aspetta niente da se stessa, ella spende la vita nel «gettare fiori», nel «niente» di ogni giornata vissuta per amore. Scrive ancora: «Quello che piace a Lui è di vedermi amare la mia piccolezza e la mia povertà, è la speranza cieca che ho nella sua misericordia». Davvero l’insegnamento di Teresa resta di una sconcertante attualità, in piena sintonia con il magistero di papa Francesco.

(Avvenire; Alla scuola dei santi 5; Elio Guerriero; Venerdì 8 settembre 2017)