I FIGLI PRIMA DI TUTTO

Dalla prolusione del cardinale Angelo Bagnasco

al Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana

«Il vero bene dei figli deve prevalere su ogni altro», poiché loro «sono i più deboli ed esposti: non sono mai un diritto, poiché non sono cose da produrre», hanno invece «diritto ad ogni precedenza e rispetto, sicurezza e stabilità. Hanno bisogno di un microcosmo completo nei suoi elementi essenziali, dove respirare un preciso respiro». È quanto ha detto oggi il cardinale presidente della Conferenza episcopale italiana, Angelo Bagnasco, pronunciando la prolusione con la quale si sono aperti i lavori del Consiglio permanente, che termineranno mercoledì prossimo. I bambini — ha ricordato il porporato citando le parole pronunciate dal Papa a Firenze nel novembre scorso, in occasione dell’incontro con i rappresentanti del V convegno nazionale della Chiesa cattolica — hanno «diritto di crescere con un papà e una mamma. La famiglia è un fatto antropologico, non ideologico».
Al riguardo, i vescovi «sono uniti e compatti nel condividere le difficoltà e le prove della famiglia e nel riaffermarne la bellezza, la centralità e l’unicità: insinuare contrapposizioni e divisioni significa non amare né la Chiesa né la famiglia», perché «non solo crediamo che la famiglia è “la Carta costituzionale della Chiesa”, ma anche sogniamo un “Paese a dimensione familiare”, dove il rispetto per tutti sia stile di vita, e i diritti di ciascuno vengano garantiti su piani diversi secondo giustizia». Del resto, ha detto il cardinale Bagnasco, i padri costituenti «ci hanno consegnato un tesoro preciso, che tutti dobbiamo apprezzare e custodire come il patrimonio più caro e prezioso, coscienti che “non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione”. In questo scrigno di relazioni, di generazioni e di generi, di umanesimo e di grazia, vi è una punta di diamante: i figli».

L’Osservatore Romano, 25 gennaio 2016

SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI

“Chiamati per annunziare a tutti le opere meravigliose di Dio” (cfr 1 Pt 2,9)

La lettera di Pietro rende consapevoli i primi cristiani che l’amore di Dio li ha fatti diventare “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo di Dio” (leggi per intero i vv. 9-10). Se anche noi, come i primi cristiani, prendessimo davvero coscienza di ciò che siamo, di quanto la misericordia di Dio ha operato in noi, fra noi e attorno a noi, rimarremmo stupefatti, non potremmo contenere la gioia e sentiremmo il bisogno di condividerla con gli altri, di “proclamare le opere meravigliose del Signore”. Ma è difficile, quasi impossibile, testimoniare in maniera efficace la bellezza della  uova socialità, cui Gesù ha dato vita, rimanendo isolati gli uni dagli altri. È quindi normale che l’invito di Pietro sia rivolto a tutto il popolo. Non possiamo mostrarci litigiosi e faziosi, o soltanto indifferenti gli uni verso gli altri, e poi proclamare: “Il Signore ha creato un popolo nuovo, ci ha liberato dall’egoismo, dagli odi e dai rancori, ci ha dato come legge l’amore reciproco che fa di noi un cuore solo e un’anima sola …”. Nel nostro popolo cristiano ci sono sì differenze nei modi di pensare, nelle tradizioni e culture, ma queste diversità vanno accolte con rispetto, riconoscendo la bellezza di questa grande varietà, consapevoli che l’unità non è uniformità.
È il cammino che percorreremo durante la Settimana di Preghiera per l’Unità dei cristiani che nell’emisfero Nord si celebra dal 18 al 25 gennaio – e durante tutto l’anno. La Parola di vita ci invita a cercare di conoscerci meglio tra cristiani di Chiese e comunità diverse, a narrare vicendevolmente le opere meravigliose del Signore. Allora potremo “proclamare” in maniera credibile tali opere, testimoniando che siamo uniti tra di noi proprio in questa diversità e ci sosteniamo concretamente gli uni gli altri.
http://www.focolare.org (Parola di vita – Gennaio 2016)

GUARDARE GESÙ BAMBINO FA CRESCERE NELLA FEDE

Non può essere senza motivo per la fede cristiana che Dio sia
stato “un bambino”. È la considerazione dalla quale Papa
Francesco ha fatto scaturire la catechesi dell’ultima udienza
generale del 2015.
Far sorridere Gesù Bambino – Tanti Santi hanno coltivato nei
secoli questa particolare “devozione”, ricorda il Papa, che cita Teresa di Lisieux, la
quale volle portare da consacrata il nome di Gesù Bambino. E il fatto che vi sia stato
“un tempo in cui, nella Persona divino-umana di Cristo, Dio è stato un bambino”, non
può scivolare via, “deve avere – sottolinea Francesco – un suo significato peculiare per
la nostra fede”. In che modo? Semplice, suggerisce il Papa: guardando ai bambini, a
“cosa fanno” e preferiscono e in quello trovare il modo di amare Gesù Bambino.
Per esempio, cominciando dal desiderio che ogni piccolo ha di “stare al centro”,
perché ha bisogno di sentirsi “protetto”: “E’ necessario anche per noi porre al centro
della nostra vita Gesù e sapere, anche se può sembrare paradossale, che abbiamo la
responsabilità di proteggerlo. Vuole stare tra le nostre braccia, desidera essere
accudito e poter fissare il suo sguardo nel nostro. Inoltre, far sorridere Gesù Bambino
per dimostrargli il nostro amore e la nostra gioia perché Lui è in mezzo a noi. Il suo
sorriso è segno dell’amore che ci dà certezza di essere amati”.
Cambiare punto di vista – Secondo esempio: i bambini “amano giocare”. Ma far
giocare un bambino, osserva Francesco, “significa abbandonare la nostra logica per
entrare nella sua”: “Se vogliamo che si diverta è necessario capire cosa piace a lui, e
non essere egoisti e far fare loro le cose che piacciono a noi. E’ un insegnamento per
noi. Davanti a Gesù siamo chiamati ad abbandonare la nostra pretesa di autonomia – e
questo è il nocciolo del problema, eh?: la nostra pretesa di autonomia -, per accogliere
invece la vera forma di libertà, che consiste nel conoscere chi abbiamo dinanzi e
servirlo” (…)
Un bacio per essere umili – Un terzo aspetto, il più tipico del Dio Bambino, è l’umiltà.
La veste scelta da Gesù per venire fra noi a “mostrarci – ripete Francesco – il volto del
Padre ricco di amore e di misericordia”: “Stringiamo, dunque, tra le nostre braccia il
Bambino Gesù, mettiamoci al suo servizio: Lui è fonte di amore e di serenità.
(2015-12-30 Da Radio Vaticana)