NON È L’ULTIMA PAROLA …

… “C’è una frase immensa, che riassume la tragedia del creato alla morte di Cristo: «Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra».
Forse è la frase più scura di tutta la Bibbia. Per me è una delle più luminose. Proprio per quelle riduzioni di orario che stringono, come due paletti invalicabili, il tempo in cui è concesso al buio di infierire sulla terra.
Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane. Ecco le saracinesche che comprimono in spazi circoscritti tutti i rantoli della terra. Ecco le barriere entro cui si consumano tutte le agonie dei figli dell’uomo”.
“Collocazione provvisoria”. Penso che non ci sia formula migliore per definire la croce. La mia, la tua croce, non solo quella di Cristo. Coraggio, allora: la tua croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre “Collocazione provvisoria”.
Il Calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. E il terreno di questa collina, dove si consuma la tua sofferenza, non si venderà mai come suolo edificatorio.
Coraggio, comunque! Noi credenti, nonostante tutto, possiamo contare sulla Pasqua. E sulla Domenica, che è l’edizione settimanale della Pasqua. Essa è il giorno dei macigni che rotolano via dall’imboccatura dei sepolcri. E’ l’intreccio di annunci di liberazione, portati da donne ansimanti dopo lunghe corse sull’erba. E’ l’incontro di compagni trafelati sulla strada polverosa.
E’ il tripudio di una notizia che si temeva non potesse giungere più e che invece corre di bocca in bocca ricreando rapporti nuovi tra vecchi amici.
E’ la gioia delle apparizioni del Risorto che scatena abbracci nel cenacolo.
E’ la festa degli ex delusi della vita, nel cui cuore all’improvviso dilaga la speranza.
Riconciliamoci con la gioia. La Pasqua sconfigga il nostro peccato, frantumi le nostre paure e ci faccia vedere le tristezze, le malattie, i soprusi, e perfino la morte, dal versante giusto: quello del «terzo giorno».
Da lì le sofferenze del mondo non saranno più i rantoli dell’agonia, ma i travagli del parto. E le stigmate lasciate dai chiodi nelle nostre mani saranno le feritoie attraverso le quali scorgeremo fin d’ora le luci di un mondo nuovo.”…

L’augurio pasquale vi raggiunge attraverso queste parole audaci di don Tonino Bello.
Le nostre persone, le nostre famiglie e la nostra Unità pastorale possano davvero lasciarsi rinnovare dalla speranza e dalla presenza del Signore Risorto.
Di domenica in domenica, celebrando insieme l’eucaristia, spezzando il pane della fraternità e della gioia maturino i nostri desideri di bene; ripartano percorsi comuni nella consapevolezza che il Signore, “il bene più grande che c’è tra noi”, è capace di realizzare le nostre aspettative.

I vostri sacerdoti don luigi, don Giuseppe, don Vittorio e don Anil

Osiamo una Quaresima nuova

II parte del messaggio quaresimale del vescovo Antonio

Convertirsi a Dio vuol dire convertirsi all’amore di Dio e insieme del prossimo (…) L’amore del prossimo comporta la pratica rigorosa della giustizia e delle sue esigenze, per cui non pratica il comandamento della carità chi non è onesto negli affari. Dobbiamo decisamente opporci al diffuso fenomeno della corruzione. L’evasione fiscale è pure moralmente illecita. Per quanto sta in noi cerchiamo di evitare gli sprechi sia alimentari che di altro genere praticando uno stile di vita ispirato a criteri di sobrietà.

Ma occorre aggiungere che la giustizia da sola non è sufficiente per edificare una società buona (…) L’amore sincero del prossimo, la solidarietà sarà sempre necessaria anche nella società più giusta, ammesso che essa esista (…)

Un atteggiamento da coltivare è quello di intessere delle buone relazioni con i vicini, facendo noi il primo passo (…) Vorrei invitare le parrocchie a promuovere le buone relazioni, a non lasciare sole le persone bisognose, specialmente anziane, a educare al senso della comunità e del bene comune, condividendo il bene che c’è tra noi e incrementandolo (…) In una società che, a causa della globalizzazione, è diventata pluralistica sotto l’aspetto etnico e religioso, siamo chiamati al rispetto della dignità di ogni persona e a un’accoglienza generosa e saggia (…)

Lo metteva in luce già sant’Agostino nel quinto secolo osservando: «Quando infatti (gli uomini) non possono comunicare tra loro ciò che pensano, anche solo per la diversità della lingua, la grande somiglianza di natura non giova a nulla per far stare insieme gli uomini, tanto che un uomo sta più volentieri con il proprio cane che con una persona estranea» (S. Agostino, La città di Dio, XIX, 7). Ma sarebbe proprio questa una bella società? I Papi a cominciare da Paolo VI ci hanno sollecitato a edificare la “civiltà dell’amore” (…).

Usciamo dal nostro torpore, liberiamoci dai molti timori e dal nostro scetticismo e osiamo una Quaresima nuova.