CHE COSA FACCIAMO PER HALLOWEEN?

Cronaca di un’esperienza dei ragazzi dell’iniziazione cristiana.

È mai possibile, ci chiedevamo fare una proposta alternativa, che andasse oltre la macchina commerciale che ci hanno costruito sopra? Quest’anno, guidati da un’interessante riflessione di Fra Fabio Scarsato, direttore del Messaggero, abbiamo fatto la nostra proposta. Siamo partiti dal significato della parola “halloween”, un termine inglese che deriva dalla contrazione di: all hallows’eve, letteralmente: vigilia di tutti i Santi. Non è una festa fine a se stessa, dunque, ci siamo detti, ma può acquistare senso in riferimento al I novembre. Così abbiamo invitato i ragazzi del catechismo a scoprire il santo di cui portano il nome. Poi la proposta choc: vestiamoci da Santi. Sembrava una cosa folle ma la proposta è stata recepita, eccome. La sera del 31, si sono presentati un bel po’ di santi; tanto per citarne qualcuno c’era Caterina da Siena, con il giglio bianco, Maria veniva dal Perù e aveva un velo azzurro sulla testa e sua sorella, per fare la spada della santa che la rappresentava, ha usato un tutorial su internet. Non mancava Rita da Cascia, Francesco e nemmeno Antonio, che veniva forse dal nord dell’Africa, come quando giunse qui in Italia. Dulcis in fundo: San Riccardo. È stato uno spettacolo cui non eravamo più abituati. Prima di partire per il giro delle case un grano di incenso, tanti segni di croce (sugli occhi, sulle orecchie, sulla bocca, sulle spalle) e un chicco di sale ci hanno aiutato a pregare con le beatitudini. Altra pista di riflessione per vivere la festa è stata la tradizionale frase che pronunciano i bambini nei film: dolcetto o scherzetto? Anche qui abbiamo scoperto che, in origine, non c’erano alternative ma soltanto la richiesta di qualcosa, magari un dolce, in cambio della preghiera per quelli presenti in casa, vivi o defunti. Per questo motivo i ragazzi avevano preparato delle preghiere che hanno consegnato a chi apriva la porta. Questa la cronaca di un’esperienza, a nostro avviso ben programmata, sicuramente ben riuscita. Da non ripetersi, forse, tutti gli anni, ma da lasciare come un segno che si può abitare, da cristiani, questo mondo così variegato.

Le catechiste, i catechisti e gli accompagnatori dell’I.C. di S. Teresa e Bassanello

I NUOVI COMPITI DELLE PARROCCHIE (?!)

Da un dialogo con Vincenzo Rosito a partire dal suo recente volume Dio delle città. Cristianesimo e vita urbana EDB, 2018.

(L’autore dà questi suggerimenti:) padroneggiare i nuovi linguaggi, difendere il tempo, vicinanza ai poveri, la festa e il gratuito. (…)

«Oggi, nella vita di una parrocchia, la vicinanza ai poveri dovrebbe esprimersi anche (…) esercitando un ruolo critico nelle dinamiche sociali in cui si costruisce la fama negativa di un quartiere o si inizia a gettare discredito su una porzione di città o di società. Le comunità cristiane non possono essere inattive davanti alla creazione dei nuovi stigmi sociali. (…) Contrastare i processi di stigmatizzazione urbana significa promuovere le riserve di socialità presenti nella vita e nel tessuto comunitario di una città. Queste riserve, distribuite nelle realtà collaborative e associative più disparate, possono diventare occasioni di scoperta, valorizzazione e collaborazione da parte delle singole comunità ecclesiali. C’è un bisogno crescente di “vita all’aperto”, di tempo passato gratuitamente e distesamente nel chiarore degli spazi comuni. La nuova socialità urbana non si esprime probabilmente nelle forme associative e comunitarie del secolo scorso, ma porta in dote desideri inespressi, come quello di un tempo condiviso in semplicità e gratuità. Nel contesto vitale e sociale di una città, alle Chiese spetta prima di tutto un servizio e un’opera di gratuità. I cristiani potrebbero essere ancor più riconoscibili per la passione con cui promuovono relazioni gratuite e disinteressate, per il modo con cui si spendono a favore delle forme sociali e civili della generosità e del dispendio, in cui si elargisce a piene mani senza chiedere un tornaconto ponderato e immediato. Questo è un compito spirituale, pastorale e culturale del cristianesimo dentro la città che cambia.

L’APPELLO DI PAPA FRANCESCO ALLA PREGHIERA QUOTIDIANA DEL ROSARIO

Il vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla, accoglie e rilancia l’appello di papa Francesco affinché – in particolare in questo mese di ottobre – si preghi per l’unità della Chiesa e dei credenti. «Papa Francesco – ricorda il vescovo Claudio – ci chiede di pregare “perché la Santa Madre di Dio, ponga la Chiesa sotto il suo manto protettivo: per preservarla dagli attacchi del maligno, il grande accusatore”. Come Chiesa di Padova ci uniamo a questa richiesta di papa Francesco. Invito tutti i fedeli che recitano il rosario e le comunità parrocchiali a unirsi a questa intenzione e chiedo in particolare ai santuari mariani del nostro territorio – e per Padova sarà la basilica del Carmine (ogni sera, a partire da lunedì 8 ottobre, alle ore 18.30) a essere “segno” in città – di farsi promotori della preghiera serale del santo rosario, accompagnandola anche con un’intenzione particolare dedicata alla nostra Chiesa di Padova, perché, sotto la protezione della Santa Madre di Dio, possa vincere gli assalti del maligno, non cedere alle tentazioni della discordia e delle divisioni e purificarsi. Preghiamo insieme Maria perché vegli e sostenga l’unità nella nostra Chiesa diocesana, nel suo cammino di conversione, in piena sintonia con il santo Padre Francesco, a cui è affidato il grave e impegnativo compito di guidare nell’unità la Chiesa, in tempi così difficili e complessi. Preghiamo perché la Chiesa resti unita nelle avversità e sosteniamo papa Francesco con le nostre intenzioni».

INSIEME AI GIOVANI, PORTIAMO IL VANGELO A TUTTI

(Dal Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Missionaria Mondiale 2018)

(…) Ogni uomo e donna è una missione, e questa è la ragione per cui si trova a vivere sulla terra. Essere attratti ed essere inviati sono i due movimenti che il nostro cuore, soprattutto quando è giovane in età, sente come forze interiori dell’amore che promettono futuro e spingono in avanti la nostra esistenza. Nessuno come i giovani sente quanto la vita irrompa e attragga. Vivere con gioia la propria responsabilità per il mondo è una grande sfida. Conosco bene le luci e le ombre dell’essere giovani, e se penso alla mia giovinezza e alla mia famiglia, ricordo l’intensità della speranza per un futuro migliore. Il fatto di trovarci in questo mondo non per nostra decisione, ci fa intuire che c’è un’iniziativa che ci precede e ci fa esistere. Ognuno di noi è chiamato a riflettere su questa realtà: «Io sono una missione in questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo»

(Esort. ap. Evangelii gaudium, 273).

SPERANZA, DISCERNIMENTO, VOCAZIONE: LE PAROLE CHIAVE DEL SINODO DEI GIOVANI

(Avvenire; Mimmo Muolo; 19 giugno 2018)

Un’altra parola cardine, anzi quella centrale nel tema del Sinodo, citata abbondantemente nel corso della Conferenza stampa è stata la «vocazione». Don Rossano Sala, uno dei segretari speciali di questo Sinodo, ha sottolineato: «Una delle grandi debolezze della nostra pastorale oggi risiede nel pensare la “vocazione” secondo una visione ristretta, che riguarderebbe solo le vocazioni al ministero e alla vita consacrata. La perdita della cultura vocazionale ci ha fatto precipitare in una società “senza legami” e “senza qualità”. Secondo la visione cristiana dell’uomo, la questione riguardante l’identità e l’unità della persona può avere solamente una risposta vocazionale. Se manca la dinamica vocazionale non ci può che essere una personalità frammentata, caotica, confusa e informe. Invece è da riconoscere che la vocazione è la parola di Dio per me, unica, singolare, insostituibile, che offre consistenza, solidità, senso e missione, all’esistenza di ciascuno». Risulta dunque «evidente – ha concluso il salesiano – che solo all’interno di una rinnovata e condivisa “cultura vocazionale” che valorizza ogni tipo di chiamata trova senso l’impegno specifico per la cura delle vocazioni “di speciale consacrazione”».

NON LASCIAMO CHE IL MERCATO CI METTA «FUORI MODA»

Lucia Bellaspiga, inviata di Avvenire a Dublino, 22 agosto 2018

“Sono arrivato a mezzanotte a Dublino e alle tre di questa mattina in hotel è suonato l’allarme antincendio… mi scuserete se sembro addormentato, ma se non mi getterete via sarete misericordiosi – ha esordito il cardinale Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila, a Dublino per l’incontro mondiale delle famiglie -: sceglierete la vita e non lo scarto”. Una battuta, certo, ma utile per introdurre una profonda riflessione su quanto, senza che nemmeno più ce ne accorgiamo, accade oggi nel mondo: “Questa cultura dello scarto, di cui Francesco ci parla fin da quando è stato eletto sul soglio pontificio, non è una sua invenzione ma ha radici antiche, dagli anni ’30 del secolo scorso, quando, dopo la grande recessione che investì anche gli Stati Uniti, i prodotti furono costruiti in modo da rompersi presto” (…) “Anche se la nostra auto andava ancora benissimo, ci convincevano che ormai era obsolescente, antiquata, fuori moda, che insomma dovevamo cambiarla. Ci convinsero a sentirci insoddisfatti” (…) Se ciò in ambito economico funzionava, i guai grossi cominciarono quando l’obsolescenza programmata migrò dal campo delle automobili o delle lavatrici “permeando tutta la cultura, influenzando anche i valori e le priorità, i modi di vedere il creato e gli esseri umani” (…) “Dobbiamo ora farci un esame di coscienza – ha chiesto Tagle –: anche noi siamo nati e cresciuti in un mondo che conosce solo la cultura dello scarto e con questo stiamo uccidendo la nostra salute, il nostro benessere, la nostra mentalità (…) “Secondo questa cultura, anche il vostro coniuge a un certo punto è colpito da obsolescenza programmata e può essere sostituito… nel certificato di matrimonio dovremmo includere una data di scadenza. Rido, ma sta accadendo e la cosa è grave”. Due i testi di Francesco che, ha insistito più volte il cardinale Tagle, pur partendo da punti di vista diversi confluiscono in un’unica conclusione: la Laudato si’ , “dedicata alla cura della nostra casa comune”, e la Amoris Laetitia, “esortazione sull’amore nella famiglia” (…) Si è commosso alle lacrime citando un aneddoto autobiografico. Era il 1973 quando i suoi genitori gli regalarono l’orologio che anche oggi aveva al polso, era il dono per la maturità. “Eminenza, lei è un museo ambulante, lo butti via, ora è cardinale, merita di più”, si sente spesso dire. “Ma questo non è un oggetto, questo orologio ha un volto, i miei genitori si sono indebitati per potermi fare un regalo, non sarà mai obsolescente perché ha il volto dell’amore di mio padre e mia madre. Che quando me lo vedono addosso sono felici e che domenica compiranno 62 anni di matrimonio”. (…) “Francesco ci invita a una conversione personale, cambiamo il nostro cuore, torniamo alle radici della nostra spiritualità, a Gesù, alla testimonianza dei santi, concentriamoci sui rapporti piuttosto che sulle utilità”. Non ci viene chiesto di salvare il mondo, ma di compiere gesti minimi, “passiamo dallo scarto alla cura, riempiamo il mondo di piccoli gesti di bontà, basterà

BASTA BUFALE.

Ecco cosa fa la Chiesa italiana per i migranti.

Avvenire; Paolo Lambruschi; Giovedì 12 luglio 2018

(…) Quanta strada è stata fatta da quando il Papa nel 2015, anno del boom di arrivi sulla rotta balcanica, lanciò l’appello alle comunità cristiane ad accogliere una famiglia in ogni parrocchia.

Stando all’ultimo monitoraggio della Cei, che risale alla primavera del 2017, erano state accolte circa 25 mila persone in 136 diocesi sulle 220 esistenti vale a dire circa il 60%. Perlopiù l’accoglienza cattolica finora ha supportato il sistema dei Cas, i prefettizi Centri di accoglienza straordinaria, e per il 16% è entrata nel sistema Sprar gestito dal Viminale con i Comuni. Le strutture utilizzate sono in genere canoniche, seminari, strutture ecclesiali, ma anche episcopi. «Casa loro», insomma. Da notare che oltre 2.700 persone in parrocchia – più o meno l’equivalente di quanti stanno nello Sprar – e 500 in famiglia risultavano accolte fuori dal sistema pubblico. Ossia con tutti i crismi della legalità, ma con fondi ecclesiali. Il monitoraggio 2018 è in corso e i dati verranno divulgati in autunno.

Da aggiungere al numero delle persone accolte i circa 2.000 profughi giunti in tre anni con i corridoi umanitari ideati dalla Comunità di Sant’Egidio e aperti, in accordo col Governo. (…) Prima si sono sviluppati quelli dal Medio Oriente (…) Poi quelli con la Cei dal Corno d’Africa (…). Oltre a loro (…) sono stati evacuati (…) 300 profughi detenuti nelle galere libiche, accolti a loro volta dalle Caritas diocesane. Per quanto riguarda i corridoi umanitari la formula scelta da Caritas italiana e Migrantes, i due organismi Cei coinvolti, è quella dell’accoglienza diffusa, vale a dire famiglie o singoli accolti in case della diocesi e di organizzazioni cattoliche e seguiti da volontari con una famiglia tutor. I costi sono a carico della Chiesa. (…)

(…) Questa almeno è la scelta di quella parte del nostro Paese che preferisce i fatti concreti agli insulti e agli schiamazzi.

“COME STATE?”

Lettera di indizione della Visita pastorale del vescovo Claudio alla Chiesa di Padova.

Carissime comunità parrocchiali, carissimi fratelli e sorelle, nel mio primo saluto, il giorno dell’ingresso a Padova, nell’ottobre 2015, vi chiedevo: “Come state?”. Questa espressione, di fatto quotidiana e immediata, intendeva comunicarvi fin da subito un desiderio di familiarità. In questi mesi, davvero intensi, ho avuto modo di iniziare a conoscere la ricchezza e la bellezza della nostra Diocesi. (…)

Ho intravisto tanti doni e generosità, tanta grazia e tanti cammini, tanta creatività e tante esistenze modellate dal Vangelo e questo mi rende ancora più onorato di poter essere al vostro servizio, come Vescovo e pastore di questo popolo santo di Dio. (…)

Penso sia davvero opportuno, ora, accrescere questa nostra conoscenza e fraternità nel Signore, incontrando ogni singola parrocchia della nostra ampia e diversificata Diocesi. Pertanto indìco la mia prima Visita Pastorale alla Diocesi di Padova, a partire dal 19 ottobre 2018. (…)

La Visita Pastorale, mio preciso compito di Vescovo stabilito anche dal Codice di Diritto canonico (cfr. cann. 396-398), avverrà per gruppi di parrocchie secondo questi tre semplici criteri: l’omogeneità territoriale; l’appartenenza amministrativocomunale; eventuali collaborazioni pastorali già in atto. Dedicherò comunque tempo e ascolto precisi a ogni singola parrocchia e celebrerò l’Eucaristia festiva in ogni comunità. (…)

I Vangeli spesso ci ricordano che Gesù “stette in mezzo”, portando la sua parola mite – “pace” – e infondendo il suo respiro, capace di rinnovare ogni cosa. Con questo augurio vi saluto: Gesù risorto è in mezzo a noi, ispirandoci e ricreandoci con il suo Spirito buono e gentile. A presto!

+ Claudio, vescovo

Padova, 18 giugno 2018

«ERO STRANIERO E NON MI AVETE ACCOLTO #AQUARIUS».

Attacchi choc a Ravasi che twitta il Vangelo

In vita sua il cardinale Gianfranco Ravasi (…) non si era mai trovato in mare aperto, nel mezzo di una bufera di critiche, come gli è capitato ieri per un tweet che più biblico non poteva essere: «Ero straniero e non mi avete accolto (Mt 25,43) #Aquarius». Quella parola di Gesù riportata dal Vangelo di Matteo ha provocato l’approvazione di alcuni, ma anche l’ira di tanti. «Il Vaticano quanti migranti ha accolto?» è una delle risposte polemiche alla frase scritta in Rete dal cardinale. Un’altra: «Accoglieteli voi nelle vostre parrocchie e super attici e affidatevi alla beneficenza e alla provvidenza divina, il popolo italiano ha già dato e deve pensare ai suoi terremotati, disoccupati e indigenti». C’è chi gli fa il verso: «Ero italiano e mi avete massacrato dalle tasse costringendomi a licenziare le mie dipendenti». Con la variante: «Ero italiano e mi avete rovinato con le delocalizzazioni». Nel vasto gorgo della Rete i pochi che difendono Ravasi polemizzano con il cattolico Matteo Salvini postando la foto che lo ritrae davanti al Duomo di Milano, che sventola il Rosario, o invitandolo a leggere il Vangelo dell’evangelista suo omonimo che riferisce la sentenza di Gesù twittata dal cardinale. Ieri ha parlato anche un altro cardinale italiano, Francesco Montenegro, che ha maggiore competenza in materia: è arcivescovo di Agrigento (l’isola di Lampedusa appartiene alla sua diocesi) e presidente della Caritas italiana. Montenegro ha definito «una sconfitta della politica» la decisione del ministro Salvini di chiudere i porti italiani: «L’Europa deve prendere atto che nessuno può fermare questi flussi, che sono epocali, e non è chiudendo porti e rimbalzandosi le responsabilità che si troverà una soluzione. Dobbiamo prepararci a un mondo multietnico e non a chiudere porte e finestre».

Fonte “Corriere della Sera”, Luigi Accattoli, martedì 12 giugno 2018

L’EUCARISTIA CI FA FORTI PER DARE FRUTTI, FIORI DI BUONE OPERE E PER VIVERE COME CRISTIANI

Papa Francesco, 21 marzo 2018.

“Allungare po’ quel momento di silenzio parlando con Gesù nel cuore ci aiuta tanto, come pure un salmo o un inno di lode, che ci aiuta ad essere col Signore”. Così il Papa ha commentato a braccio il momento della preghiera silenziosa che segue la Comunione. “La Chiesa desidera vivamente che anche i fedeli ricevano il Corpo del Signore con ostie consacrate nella stessa Messa”, ha spiegato Francesco, “e il segno del banchetto eucaristico si esprime con maggior pienezza se la santa Comunione viene fatta sotto le due specie, pur sapendo che la dottrina cattolica insegna che sotto una sola specie si riceve il Cristo tutto intero. (…) Dopo la Comunione, a custodire in cuore il dono ricevuto ci aiuta la preghiera silenziosa”. Nell’orazione dopo la Comunione, con cui si conclude la liturgia eucaristica, “a nome di tutti, il sacerdote si rivolge a Dio per ringraziarlo di averci resi suoi commensali e chiedere che quanto ricevuto trasformi la nostra vita”. “L’Eucaristia ci fa forti per dare frutti, fiori di buone opere e per vivere come cristiani”, ha concluso il Papa a braccio: “È significativa l’orazione (…), in cui chiediamo al Signore che la partecipazione al suo sacramento sia per noi medicina di salvezza, ci guarisca dal male e ci confermi nella sua amicizia”. “Accostiamoci all’Eucaristia, a ricevere Gesù che ci trasforma in lui, ci fa più forti: è tanto buono e tanto grande il Signore!”.